Alberto Salvalaio

selezione di articoli e recensioni recenti

The Mars Volta live at Spaziale Festival (Torino - 28 luglio 2008)

Nonostante qualche colpo sia andato a vuoto nella recente produzione in studio della band ispano-americana, con episodi non certo all’altezza degli esordi e delle conseguenti aspettative, il live set proposto in questa edizione 2008 dello Spaziale Festival di Torino è comunque interessante per l’estrema abbondanza di spunti e la spettacolarità dell’esibizione proposta sul palco.

Sarà forse utile per dare un’idea della serata allo Spazio 211, e soprattutto per coloro che non fossero molto aggiornati sulla scena alternative rock e new progressive, fare qualche passo indietro e rispolverare la già lunga carriera dei Mars Volta.

E’ il 2000 e gli At The Drive-In sono al culmine della loro fama, alle prese con l’ultimo lavoro  Relationship of Command, che però è già frutto di un compromesso che mette in secondo piano la recente deriva sperimentale non gradita ad alcuni fra i componenti del gruppo.

Inevitabile e imprevista la spaccatura e il conseguente scioglimento della band dà origine a due creature. Da una parte l’accoppiata formata dal chitarrista Omar Rodriguez Lopez e dal cantante Cedric Bixler Zavala a plasmare appunto i Mars Volta, dall’altra gli altri tre membri a cimentarsi in un progetto, quello denominato Sparta, votato ad uno stile emo-core.

Considerati ormai unanimemente eredi dello stile progressive (e lo hanno ampiamente dimostrato nell’esibizione davanti al pubblico torinese), intorno al gruppo si crea da subito un alone surreale e vagamente mistico, che parte dal nome di matrice felliniana, passando per le influenze dichiarate (Fela Kuti, Jaco Pastorius, Brian Eno, Can, King Crimson, Robert Fripp, The Fall e pure Vincent Van Gogh e Carlos Castaneda), fino ai temi ispiratori e alle creazioni di termini del tutto nuovi per dare un titolo a canzoni o album (Televators, Metatron, Tetragrammaton solo per fare qualche esempio).

Il debutto, come dicevamo, è di quelli fulminanti con l’ep Tremulant (GSL, 2002) e il successivo album De-Loused In The Comatorium (Universal, 2003) che lasciano presagire una carriera di quelle memorabili, poggiata saldamente su pilastri costituiti da stravaganze psichedeliche, improvvisazione in stile free-jazz e folgoranti intuizioni al limite dell’hardcore.

Peccato che le aspettative della prima ora siano parzialmente disattese col seguente Frances The Mute (Universal, 2005), un album discreto, che risulta però più caotico e meno ispirato.

Dopo l’ulteriore prova non proprio brillante di Amputechture (Universal, 2006), è la volta di quest’ultimo The Bedlam In Goliath (Universal, 2008) esplorato in questa prima data delle due fissate in Italia con ben quattro pezzi, almeno la metà di quelli in scaletta.

Ci si stupisce ancor prima che i Mars Volta comincino a suonare, nessuna band di supporto infatti, e si prosegue con l’orario insolitamente anticipato, tanto che c’è ancora la luce del sole a illuminare il palco. Il concerto si apre con Goliath che mette subito in evidenza la strabordante intensità della batteria di Thomas Armon Pridgen e della tastiera di Isaiah Randolph "Ikey" Owens, che si lanciano in assoli alternati e trascinanti mentre una leggera pioggerella comincia a cadere sul pubblico. Seguono la lunghissima Viscera Eyes e le evoluzioni acrobatiche di Cedric con balzi molleggiati e con l’asta del micofono roteata in aria, e di Omar che si lancia in un lunghissimo solo di chitarra che coincide con la fine dell’inopportuno temporale estivo.

Si passa senza quasi soluzione di continuità a Wax Simulacra, seguita da Ouroborous, sempre da The Bedlam In Goliath ed è anche l’ora di Adrián Terrazas-González che dal sax tenore è passato ad un clarinetto purtroppo quasi impercettibile. Anche il costante falsetto dei primi pezzi comincia a stentare e l’utilizzo degli effetti ad arricchire (e aiutare) la voce si fa necessariamente più marcato. Seguono Ilyena e Cygnus ... Vismund Cygnus. L’insistenza progressiva che a turno evidenzia le chitarre, che spesso eccedono con l’uso di delay e altri effetti, il sax, la batteria e il synth maneggiato dal percussionista Marcel Rodriguez-Lopez fratello di Omar, si fa sempre più serrata, e si alternano vorticosamente evoluzioni che percorrono territori inaspettati e variegati che si allungano trasversalmente persino attraverso atmosfere funky e riff in stile Black Sabbath.

Dopo una breve pausa nell’intensità della performance con una languida The Widow, ancora da Frances The Mute, che ottiene un’energica risposta da parte del pubblico nonostante i cali di voce si acuiscano ulteriormente, il concerto si avvia alla conclusione con improvvisazioni e con una stucchevole e inutilmente intricata Aberinkula, nonostante il basso in grande spolvero dell’immobile Juan Alderete, inchiodato per tutto il concerto alla sinistra della batteria, riesca a creare tracciati coinvolgenti.

Nel finale la scelta di non fare alcun bis (un paio i pezzi probabilmente preventivati e non eseguiti) con annessa inevitabile aspra polemica di alcuni fra i più accaniti del pubblico. In totale si sono sfiorate le due ore di musica (a dispetto però di certi annunci pre-evento che anticipavano ben tre ore), e tutto sommato, per parte nostra, non c’è da lamentarsi visti i tempi che corrono.

 

Alberto Salvalaio

 link: http://www.indie-rock.it/concerti_recensioni_look.php?id=359

Don Caballero - American Don (storiadellamusica.it)

L’inaspettato successo pop di una band indubbiamente indie come i Battles, con il loro Mirrored (Warp, 2007), apre nuovi scenari su di un genere in evoluzione e su di un mercato discografico assolutamente stravolto dalle nuove tecnologie, sia per ciò che riguarda i canali distributivi che per la formazione (e la dissoluzione) di gusti e tendenze.
E’ quindi interessante voltarsi indietro e scavare verso le radici di un fenomeno. Verso scene musicali che per anni hanno ripetuto percorsi abituali. Rituali di creazione e velleità di innovazione nello stile e nell’attitudine della musica rock, sempre in fondo nello stesso modo e, soprattutto, con i medesimi tempi, fatti di etichette indipendenti, fanzine a tiratura limitatissima, passa parola e giornalisti musicali più o meno illuminati ad indicare le direzioni cui rivolgere l’ascolto e gli acquisti. Niente lettori mp3, nessun blog, niente myspace, niente peer to peer.
Ed in questo gioco di pseudo archeologia sul recente passato è inevitabile scorgere l’ombra del math rock e dei suoi paladini i Don Caballero.
Discendenti diretti, a loro volta, della schiera di artisti dell’etichetta hardcore SST (come Minutemen e Black Flag) esordiscono nel 1993 con For Respect (Touch & Go), inaugurando la loro stagione di rock strumentale frutto di influenze varie. Dagli immancabili Slint a Neil Young, dalla scena no wave newyorkese al prog-rock dei King Crimson.
Ed è appunto American Don, pubblicato nel 2000 da Touch & Go, l’ultimo album dei Don Caballero a vedere la collaborazione del chitarrista Ian Williams (già attivo comunque in un progetto parallelo, gli Storm & Stress, dal ‘97), attuale fondamentale membro dei succitati Battles. Assente invece in questo disco proprio l’altro chitarrista Mike Banfield, cofondatore del gruppo, insieme al talentuoso batterista Damon “Che” Fitzgerald, durante l’estate del 1991 a Pittsburgh.
Caratteristica di questo album è la ritmica della batteria meno strabordante e impetuosa dei precedenti (2 del 1995 e What Burns Never Returns del 1998), in favore di un insieme un poco più lineare, apparentemente più ragionato (come in The peter criss jazz, forse il brano più vicino alle suggestioni dei futuri Battles, con le sue incursioni  elettroniche). Con un Williams meno vulcanico, votato ad una scelta più minimalista di temi e melodie. Linee chitarristiche ripetute ossessivamente in loop di matematica precisione (Fire back about your new baby’s sex), ad incastrarsi nel pur sempre energico drumming metronomico di Damon Che, più attento però alle evoluzioni che all’impatto sonoro (Ones All Over the Place e I never liked you).
Geometrie caotiche a scombinare la struttura di brani che proprio quando sembrano rivelare dove i tre vogliano andare a parare mutano con improvvise accelerazioni, inaspettati cambi di ritmo e riff intricati (A lot of people tell me and ones all over the place), rendendoli mai scontati e capaci di catturare l’ascoltatore.
La produzione dell’album è firmata dall’inesauribile Steve Albini.

http://www.storiadellamusica.it/Don_Caballero_-_American_Don_(Touch_&_Go_Records,_2000).p0-r1354

 

June of 44 - Anahata (storiadellamusica.it)

E’ la prolifica Louisville nello stato del Kentucky la patria dei June of ’44. Concittadini dei seminali Slint, ne ereditano lo stile lento e cadenzato, slowcore, codificandolo in quello che verrà poi identificato come post rock.

Saldamente ancorati ad uno stile ricco di improvvisazioni e a trame scandite su strutture geometriche, stupiscono per imprevedibilità e intensità.

Provenienti da band come Codeine (il batterista Dough Sharin) e Rodan (il chitarrista Jeff Mueller), esordiscono nel 1995 con Engine Takes To The Water su etichetta Quaterstick, delineando fin da subito quelli che saranno i marchi di fabbrica di tutta la produzione successiva.

Distonie e cadenze rallentate, di cui abbiamo già detto, a cui si aggiungono liriche alternativamente sussurrate, declamate o urlate a squarciagola da Mueller o Erskine (che suona anche il basso e la tromba). Progressioni strumentali che mischiano influenze quanto mai diverse, dall’hardcore al pop, dal jazz elettrico al progressive, da Davis ai Fugazi e ai Jesus Lizard.

Definito da alcuni come un album “di transizione” Anahata (Quaterstick, 1999) ti colpisce subito, diritto allo stomaco con Wear Two Eyes, riarrangiamento di Boom, già pubblicato sull’EP The Anatomy Of Sharks (Quaterstick, 1998), con la cadenza ossessiva della batteria (boom, boom, appunto) sulla quale si inseriscono gli intensi assoli di tromba di Erskine e le chitarre distorte e ripetute in un loop psichedelico.

Dopo il lamento vocale e le dissonanze feroci di Escape Of The Levitational Trapeze Artist finalmente ci è concessa una tregua nel più lento Cardiac Atlas, con tanto di arrangiamenti d’archi e influenze funk su cui si innesta però un cantato alla Fugazi. Segue l’ipnotica Equators Bi-Polar, poderosa cavalcata ai confini del pop.

A seguire il ritmo matematico e gli echi di chitarra di Recorded Syntax, la delicata Southeast of Boston, cantata a doppia voce con la vocalist Chiyoko Yoshida, e Five Bucks in My Pocket con i suoi inserti elettronici e il funk che si ritaglia uno spazio sempre più incisivo. A chiudere i dieci minuti della splendida Peel Avay Velleity, psichedelica e abrasiva al punto giusto.

Mix di ricerca e sperimentazioni, mischiate a formule più collaudate dalla musica rock, Anahata è una sintesi matura dell’approccio non convenzionale alla melodia e alla composizione tipico del post rock.

 

http://www.storiadellamusica.it/June_of_44_-_Anahata_(Quaterstick,_1999).p0-r1302

 

 

Mudhoney - concerto Torino, luglio 2007 (indie-rock.it)

“I feel bad, and I've felt worse/ I'm a creep, yeah, I'm a jerk/ Come on/ Touch me, I'm sick.” L’hanno fatta. La canzone simbolo del gruppo di Seattle, citata ironicamente anche nella commedia sul grunge “Singles” di Cameron Crowe del 1992 come singolo della sgangherata band di Matt Dillon (gli altri membri di quella band erano i Pearl Jam, solo uno tra i tanti cameo presenti nella pellicola) irrompe improvvisamente a metà concerto.

La serata è di quelle calde estive, col sole che tramontando allunga le ombre all’infinito. Il cortile all’aperto dello Spazio 211 è un posto perfetto per i concerti, zanzare a parte. Piccolo, ma non troppo, in modo da permetterti di vedere bene il bel palco un po’ dappertutto.

Archiviati senza troppo clamore i Beast of  Bourbon, band blues-rock di discreto livello direttamente dalla scena underground australiana, è il momento per questo ritorno in Italia dei rinati Mudhoney.

Considerati da molti come il primo vero gruppo grunge (lo testimonierebbe il fatto che il termine fu coniato dopo il loro tour britannico nel 1989 insieme ai Sonic Youth, loro grandi estimatori) i Mudhoney nascono in un sobborgo di Seattle (Bellevue, WA), nel cui liceo cattolico Mark “Arm” McLaughlin con alcuni amici fonda nel 1981 dapprima i Mr. Epp and the Calculations, (band ironica ispirata al loro professore di matematica, che si guadagna in una trasmissione radiofonica locale l’epiteto di “peggior rock band del mondo”), poi insieme a Steve Turner, Alex Vincent , Stone Gossard, Jeff Ament (questi nomi mi ricordano qualcosa…) la storica band dei Green River nel 1984, debuttando l’anno successivo con l’EP Come on Down (disco spesso considerato come il primo vero disco grunge).

Nel 1988 Steve Turner, Mark Arm e il batterista Dan Peters decidono di chiamare il bassista Matt Lukin, di recente fuoriuscito dai Melvins, per formare una band, che chiamano Mudhoney in onore di un altro film, uno dei tanti di Russ Meyer, che avevano visto proprio in quel periodo.

Ma stasera al basso c’è ovviamente Guy Maddison, ormai membro fisso della band fin dall’abbandono del problematico Lukin nel 1999, e con cui i Mudhoney hanno inciso gli ultimi due album: Since We've Become Translucent del 2002 e Under A Billion Suns dello scorso anno.

La partenza è di quelle al fulmicotone, con You Got It prima. Singolo che insieme a Touch me, I'm sick battezzò nel 1988 la loro miscela esplosiva di garage rock, misto ad influenze di Detroit sound alla MC5, passando per Stooges, Hendrix e blues psichedelico. E con Suck You Dry poi. Pezzo infuocato tratto dal primo album pubblicato dalla band con un’etichetta major (Piece of Cake, Reprise Records, 1992). Passando per le più recenti It Is Us, Where Is The Future, Hard-On For War dell’ultimo album (Under A Billion Suns, SubPop, 2006), e Inside Job (suonata nell’album in studio dal bassista Wayne Kramer degli MC5) approdiamo alla perla No One Has del primo Superfuzz Bigmuff  (SubPop, 1988) in cui si sentono echi di Led Zeppelin e Black Sabbath. Le radici del gruppo sono ancora esplorate a fondo con Sweet Young Thing Ain't Sweet No More lato B di Touch me, I'm sick, eseguita in successione subito dopo.

Di nuovo nel presente con Where The Flavor Is da Since We've Become Translucent, album che sancisce il ritorno all’indipendente Sub Pop e, come abbiamo già detto, l’esordio discografico del poderoso bassista Maddison. Si prosegue tra riff incendiari e muri di suono con I Have To Laugh da Tomorrow Hit Today (Reprise, 1998), l’album in cui le influenze blues si fanno più evidenti e che racconta le contraddizioni della società americana, e Into the Drink, singolo da Every Good Boy Deserves Fudge (Sub Pop, 1991), album che risente invece di atmosfere surf rock e pschedelia sixties.

A chiudere l’esibizione Get Into Yours e un’indimenticabile Here Comes Sickness da Mudhoney (Sub Pop, 1989), In 'N' Out Of Grace (Superfuzz Bigmuff , SubPop, 1988), e Hate The Police (singolo del 1991 contenuto nella raccolta March to Fuzz, Sub Pop, 2000).

Unica nota dolente il volume. Come per il live dei Sonic Youth della settimana precedente, davvero troppo basso. Incapace di trasmettere quella scossa adrenalinica che i due gruppi sanno ampiamente creare.

http://www.indie-rock.it/concerti_recensioni_look.php?id=170

 

Slint - concerto Bologna, maggio 2007 (storiadellamusica.it)

La prima sorpresa della serata è l’assenza degli Explosions in the Sky, che hanno cancellato l’intero tour europeo, sostituiti da Alex Tucker, musicista avant-folk, vero e proprio one man band, capace di creare canzoni strutturate e complesse, semplicemente campionando i suoni prodotti da lui stesso, alternativamente con chitarra acustica e violino (le influenze sono quelle del folk tradizionale e di John Fahey), ripetendoli poi in loop, sovrapponendoli e cantandoci sopra, in una sorta di vocalizzo, anch’esso campionato e duplicato.

L’esibizione termina dopo circa mezzora, e l’attesa per questo ritorno bolognese dei cinque Slint, dopo poco più di due anni dalla precedente apparizione (suonarono al Teatro Polivalente Occupato in occasione della reunion del 2005), si fa ancora più frenetica per il pubblico, in verità non numerosissimo.

Formatisi alla fine degli anni ’80, su iniziativa del chitarrista e cantante Brian McMahon e del batterista Britt Walford (che suonavano insieme fin dall’adolescenza), cui si aggiungono David Pajo alla seconda chitarra e Ethan Buckler al basso, gli Slint registrano con Steve Albini TWEEZ nel 1988 a Chicago, pubblicato dalla sconosciuta etichetta Jennifer Hartman Records, e successivamente ripubblicato dalla Touch and Go nel 1993.

E per chi si fosse chiesto quale segreto si celasse dietro i nomi che intitolano le canzoni di di TWEEZ,  sveliamo che sono un riferimento ai famigliari dei membri della band.

Per la pubblicazione del successivo Spiderland bisogna aspettare tre anni. E’ infatti nel 1991 che vede la luce sempre su Touch and Go questo album “seminale”, che viene riproposto questa sera   dal vivo, a una quindicina d’anni dallo scioglimento della band, all’interno del progetto Don’t look Back del festival inglese ATP (All Tomorrow Parties, nato nel 1999 come altrnativa a festival come  Reading e Glastonbury), in cui band come Sonic Youth (con Daydream Nation, DCG 1988), Girls against Boys (con Venus Luxure no. 1  Baby, Touch and Go 1993) e Melvins (con Houdini, Atlantic 1994)  ripropongono le loro pietre miliari nella produzione rock del recente passato.

Si parte con Breadcrumb Trail, appunto la track numero uno dell’album, e siamo inondati inesorabilmente da quelle sonorità cupe, ritmate, ma soprattutto, inconfondibili, e imitate infinite volte da band successive.

Sempre seguendo la tracklist di Spiderland, il secondo pezzo è la splendida Nosferatu Man, forse la più conosciuta insieme a Good Morning, Captain, eseguita in rigorosa successione dopo Don, aman, Washer e For dinner.

 A questo punto qualcuno tra il pubblico prova ad accennare un timido pogo, forse abbagliato, dalle iniziali e innegabili influenze hardcore del gruppo di Louisville (in proposito si ascoltino gli Squirrel Bait, originario progetto di Brian e  Britt, insieme al chitarrista David Grubbs), ma dura poco, visto che a prendere il sopravvento sono quelle caratteristiche di rottura con le regole del  passato e di innovazione che hanno reso gli Slint, e Spiderland in particolare, capaci di ridefinire i confini stessi del rock. Caratteristiche che prevedono sperimentazione, linee ritmiche frammentate, improvvisi rallentamenti e un’esecuzione distaccata e quasi fredda.

Sempre dal pubblico arriva la dichiarazione d’amore che stimola le uniche parole della band durante tutta l’esibizione: “we love Herbie Hancock”.

A sorpresa, ma non troppo, ci godiamo anche Glenn e Rhoda, le due traccie dell’EP omonimo (registrato nel 1989 sempre con Steve Albini e pubblicato da Touch and Go nel 1994). In chiusura l’ultimo brano, Kings approach, un pezzo nuovo che fa ben sperare per la continuità nel tempo di quest’ultima reunion.

http://www.storiadellamusica.it/Live_-_Slint_(Bologna,_28_Maggio_2007,_Estragon).p0-a60

 

 

Rosolina Mar - concerto Milano, luglio 2007 (storiadellamusica.it)

I Rosolina Mar sono di Verona. Ma potrebbero tranquillamente essere di Chicago o di Louisville.  Non fosse per quell’inconfondibile accento che sfoggiano tra una canzone e l’altra, ad incitare un pubblico letteralmente imbambolato dalle trame intricate delle due chitarre ‘gemelle’ di Enrico Zambon e di Bruno Vanessi che duettano sulla potente ritmica della batteria di Andrea Belfi.

Siamo al CS Vittoria a Milano, l’aria nello stanzone del palco è molto calda e le zanzare si danno un gran da fare per rendere ancora più accogliente l’atmosfera. Senza quasi che me ne accorga i tre Rosolina sono già sul palco, pronti ad esbirsi dopo il post rock alla Explosions in The Sky dei milanesi The Fog in The Shell, alle prese con il loro A Secret North, sei tracce su etichetta Dufresne.

La mia conoscenza sulla band veneta è limitata al passaparola e ad alcune buone cose lette in occasione di un loro recente passaggio dal Perchéno? di Verbania, un locale non troppo lontano da casa mia. Per inciso la pigrizia e qualche contrattempo che non ricordo neanche più mi fecero desistere.

La loro musica è strumentale e la formazione non prevede la presenza del basso. Basta pochissimo però per rendersi conto che non manca nulla e che il risultato suona piacevole, in maniera semplice. Due chitarre come fossero una soltanto, perfettamente amalgamate e una batteria che non ne vuole proprio sapere di limitarsi alla parte di accompagnamento ritmico, ma si erge talvolta a solista o dialoga in accordo con la chitarra di Enrico o con quella di Bruno.

L’esibizione del trio spazia su tutta la loro produzione (che si limita, ad ora, a due album full-length)  e ci regala anche un’anticipazione della loro prossima uscita autunnale per l’etichetta robotradio records: uno split cd con i Trumans Water che li vedrà alle prese anche con un video. Si parte con Before and After Dinner titletrack dall’omonimo disco del 2005, a cui seguono L’Ora Di Religione, Flesh Dance, Isa Eyes, Protopapetti del medesimo album, tra le quali s’inserisce la parentesi delle due inedite acqua alta nella bassa e the death of u, per chiudersi con La basetta scolpita nella roccia, dal primo lavoro del 2003.

Le radici sono profondamente immerse nei ’70, nell’hard rock, nel blues e nel funk, ma non per questo diventano una gabbia che limita la creatività e l’espressione dei tre veronesi, che anzi si spingono ad abracciare la precisione scientifica del math rock stile Don Caballero o le ricercate sonorità post alla June of ’44, l’incedere singhiozzante dell’hardcore stravolto e reinventato degli Slint, o la potenza dei Rodan di Rusty. Cosa volete di più, dopo una sfilza di nomi come questi?

E’ un peccato che la puntina del mio giradischi sia rotta e fuori produzione da ormai qualche anno, e che al banchetto siano rimasti solo i vinili. La mia smania di riascolto dovrà pazientare ancora un po’. 

http://www.storiadellamusica.it/Live_-_Rosolina_Mar_(Milano,_7_luglio_2007,_CS_Vittoria).p0-a70

 

Cul de Sac - concerto Milano, maggio 2007 (indie-rock.it, Cul de Sac official myspace blog)

"Questa è la terza." Precisa il bassista e violinista Jonathan LaMaster. La terza volta che i Cul de Sac vengono in Italia per suonare (la prima fu nel 2003). Un paese il nostro, capace, a detta loro, di sorprenderli ogni volta.

E l’interesse del gruppo di Boston per l'esotica Italia traspare chiaramente, non soltanto

dalla cover di Franco Battiato (Fenomenologia ed Energia), eseguita poco prima del termine dell'esibizione, cantata dallo stesso Jonathan in un discreto italiano e suggellata dalla battuta di Glenn Jones che assicura che quelle sono le uniche parole che sanno nella nostra lingua, ma anche dal titolo di un'altro dei pezzi del live, Pupazzo, eseguita dal vivo solo una volta prima di stasera, come ci suggerisce il synthesist e polistrumentista del gruppo Robin Amos.

Sul loro spazio my space (http://www.myspace.com/culdesacband) leggiamo: "The term 'Post Rock' was coined for Cul de Sac" e non si può che essere daccordo ascoltandoli, vista la quantità delle influenze e degli stilemi tipici di questo genere che caratterizzano la loro performance, successivamente riconoscibili, direttamente o indirettamente, in tante band attuali, su tutte i canadesi God speed! You Black Emperor.

Il termine post rock, infatti, coniato nel 1994 dal giornalista musicale Simon Reynolds per indicare un genere di rock principalmente strumentale, contaminato dall'elettronica e influenzato dal krautrock e dai Talk Talk di Spirit of Eden (ebbene sì, proprio loro), fu utilizzato da subito per descrivere gruppi come Stereolab, Bark Psychosis, Laika e Cul de Sac appunto. Successivamente per gruppi come Gastr Del Sol, Tortoise e Mogwai.

Evitiamo comunque di addentrarci nella polemica che scatenò l'accusa di eccessiva semplificazione che avrebbe operato tale definizione nell'indicare gruppi differenti tra loro nella sostanza, accomunati dalla difficoltà di catalogazione, polemica da cui non si sottrasse neppure Glenn Jones, chitarrista fingerpickig e fondatore del gruppo insieme a Robin Amos e al batterista Chris Guttmacher nei primi anni '90.

Influenzati dunque da gruppi di rock tedesco anni '70 come Can, Faust e Ash Ra Tempel, dalla psichedelia, dal surf rock, dal folk, dal chitarrista John Fahey (con il quale hanno infine composto l'album The Epiphany of Glenn Jones nel 1997, da loro stessi definito come una "fase separata di sviluppo" della band, un vero e proprio "progetto collaterale" dei Cul de Sac) la loro performance è un susseguirsi di atmosfere rarefatte, progressioni ritmiche, apparenti improvvisazioni, rumorismi e incursioni elettroniche.

L’esibizione al Trok di Milano si apre con Nico’s Dream dal loro primo album ECIM del 1992 (di cui suonano anche Death Kit Train e Lauren's Blues) e prosegue via via con pezzi tratti da Crashes to Light, Minutes to its Fall del 1999 (Sand of Iwo Jima, On The Roof Of The World), lasciando il pubblico a volte stupefatto, a volte spiazzato, ma sempre pronto a scatenarsi in un applauso sincero alla fine di ogni pezzo. Anche lo scarno palco di tubi metallici acquista un senso diverso grazie alle sonorità che lo avvolgono. Talvolta psichedeliche, talvolta ambient, in cui s’intrecciano, in un continuo scambio di ruoli, la chitarra e il synth, supportati dalla ritmica della batteria di Gavin McCarthy ex Karate (si, proprio quei Karate), e da Jonathan LaMaster che, lasciato temporaneamente il basso, alterna percussioni e violino. Fino ad arrivare alla già citata Pupazzo e alla cover di Battiato, seguite da Lauren’s Blues e dal doveroso e sonoramente richiesto bis.

Ce ne andiamo certi di non esserci fatti sfuggire un’occasione rara di ascoltare qualcosa di insolito e di nuovo, nonostante la data di formazione della band e l’età anagrafica dei suoi membri.

"... there's a group called Cul de Sac, very ambient, very cool." Ha detto una volta Lou Reed, intervistato sulla rivista Mojo, e noi non possiamo che essere daccordo con lui.

Jon Spencer Blues Explosion @ Live Club, Trezzo d'Adda -MI- (indie-rock.it)

Definire la musica di Jon Spencer è un affare complicato. Eppure lo stile è così personale e inconfondibile, tanto da emergere potente, come il suo sound, anche in qualunque altro progetto, collaterale o solista il musicista newyorkese decida di intraprendere, si chiamino Boss Hog o Heavy Trash.

E il sound con la sua Blues Explosion è un vero e proprio lungo viaggio nella “Historia De La Musica Rock”, che parte da lontano, dalle origini, dal delta blues. Espandendolo all’inverosimile. Rimaneggiandolo, stravolgendolo fino all’estremo, fino, quasi, ad una deflagrazione punk.

L’esplorazione musicale dell’ex leader dei dissacranti Pussy Galore, di Russell Simins (ex Honeymoon Killers, gruppo in cui ha militato per un breve periodo anche il vulcanico Spencer) alla batteria e Judah Bauer all’altra chitarra, fila veloce attraverso i garage di Detroit e dei “Nuggets”, il rockabilly e l’hard rock più classico, fino ad approdare su territori soul e funk, e persino hip-hop, il tutto accompagnato da una massiccia dose di ironia e irriverenza.

Questa sera tocca al pubblico milanese assistere, possibilmente estasiato, ai sermoni cantati dal carismatico reverendo Spencer, che si agita sinuoso e stupefacente sul palco, sostenuto dalla batteria che, rimanendo nella metafora del viaggio, corre dritta e veloce come un treno lanciato a fortissima velocità.

Per chi si aspettava l’evento con la “e” maiuscola, il sold out, per una band di culto, osannata innumerevoli volte dalle riviste musicali, che con questa line up da anni non metteva piede nel bel paese, c’è un certo stupore nello scoprire che la sala del nuovo Live Club è vuota per ben più di metà della sua capienza. Sarà forse colpa dell’impennata dei costi dei ticket, che non ha risparmiato neppure l’isola felice dell’alternative rock?

Come di consuetudine Jon Spencer e soci non si dilungano in intermezzi o introduzioni e l’impatto potente con la musica è immediato e quasi inaspettato, come un pugno nello stomaco. Stomaco messo subito a dura prova dalle frequenze bassissime del timpano iperamplificato di Simins, dalle urla violente e distorte di uno Spencer padrone assoluto del palco e dalla chitarra acidissima di Bauer.

L’esibizione si distende senza un momento di pausa, tranne il classico stop prima dei bis, attraverso tutta l’ormai lunga discografia del gruppo (compresi molti brani dall’ultimo lavoro Jukebox Explosion Rockin’ Mid-90s Punkers!, una raccolta che risale all’anno scorso e che raccoglie i numerosi singoli della band pubblicati, come all’epoca doro del rock ‘n roll, solo su 45 giri), per un’ora abbondante di grande rock. Che regala un Jon Spencer in grande forma, incapace di risparmiarsi, ma che anzi suda, si esalta, incita il poco pubblico e si contorce nei solo di theremin e altri aggeggi rumorosi, rivelandosi una vera icona rock, abile, a più di quarant’anni e con una carriera tumultuosa alle spalle, nel tenere il palco come pochi altri nel panorama rock.

Momenti di pura esaltazione adrenalinica si sono vissuti con l’interpretazione di pezzi come 2 Kindsa Love e Wail da Now I Got Worry del ’96 (Mute Records), Get Down Lover e I Wanna Make It All Right da ACME (Mute Records, 1998), Back Slider da Extra Width (Matador Records, 1993), Blues X Man e Bellbottoms da Orange (Matador Records, 1994), Money Rock 'n' Roll da Plastic Fang (Matador Records, 2002).

E dopo questo mini tour in Italia (con la data al festival Stradeblu a Faenza, quella all’Init di Roma al posto di quella saltata a Bari) ai fan nostrani non rimane che aspettare il nuovo album, annunciato per il prossimo anno.

 

Sonic Youth – Bolzano, 11 ottobre 2008, spazio Stahlbau Pichler - (indie-rock.it)

Evento conclusivo del festival Transart08, il concerto dei padrini dell’alternative rock è stato il complemento sonoro e la simbolica celebrazione della mostra “SONIC YOUTH etc.: SENSATIONAL FIX” curata da Roland Groenenboom che, dopo la sua inaugurazione in Francia, ha fatto tappa a Bolzano, dove rimarrà fino a gennaio, per poi trasferirsi prima in Germania e poi in Svezia.

Legatissimi al mondo della cultura alternativa newyorkese, di cui la bassista Kim Gordon fu anche parte attiva subito dopo il suo arrivo nella grande mela, i Sonic Youth si sono sempre dimostrati fortemente attratti dalla sperimentazione visiva, tanto da travalicare il più possibile i confini del puro prodotto musicale, dalle copertine degli album, ai flyers e ai posters fino alla fotografia e ai video. E la mostra, che si muove tra le crezioni di vari artisti della fine degli anni settanta che influenzarono la produzione musicale della band e di altri che a loro volta ne furono ispirati, ne è appunto la chiara dimostrazione.

Collocazione ideale per la performance del quartetto, ormai affiancato in pianta stabile dal bassista ex Pavement Mark Ibold, è stato lo spazio industriale degli enormi magazzini della Stahlbau Pichler, che ha contribuito non poco a creare quell’atmosfera intrisa di alienazione metropolitana e anticonformismo di cui i Sonic Youth si sono spesso fatti portavoce.

La scelta per l’esibizione altoatesina del gruppo formato da Thurston Moore, Kim Gordon, Lee Ranaldo e Steve Shelley è stata quella di privilegiare album già ampiamente esplorati nelle ultime apparizioni nel nostro paese, come lo storico Daydream Nation e l’ultimo lavoro datato 2006 Rather Ripped, con qualche episodico tuffo nel passato più remoto dell’ormai ampia discografia della band, come nel caso della track d’apertura Burning Spear, direttamente dal primo mini omonimo pubblicato, nel lontano 1982, dall’etichetta Neutral del maestro della sperimentazione Glenn Branca.

Seguono senza quasi soluzione di continuità la lunga The Sprawl e una Cross The Breeze tiratissima, colma di quell’ardore punk che insieme a improvvisazione e ricerca della modulazione controllata del rumore, ha costituito la parte essenziale della miscela esplosiva della musica del gruppo. E i pezzi appaiono come delle polaroid dai colori fuori fuoco, volutamente sfocati, che ci mostrano un momento storico in cui l’estrema ricerca di cambiamento e trasformazione si scontrava con l’etica reaganiana, il tutto cristallizzato nelle note del solo Daydream Nation.

Il tempo per una pausa nel delicato incedere di Incinerate ed è già il momento per sfoderare la prima bacchetta di batteria ed usarla con l’ormai consolidata perizia sulle corde della chitarra, come un vero e proprio strumento del mestiere, per l’esecuzione di una lisergica Eric's Trip.

Finalmente dopo Reena (Rather Ripped, 2006) è il momento di Schizophrenia dal capolavoro Sister del 1987 e l’energia trasmessa dagli amplificatori si propaga tra il pubblico che si scuote e si agita  seguendo la ritmica di Shelley, Gordon e Ibold, e gli improvvisi assalti delle chitarre distortissime e aspre di Ranaldo e Moore.

Ed è solo l’inizio. Il preludio per quello che sembra essere il momento più intensamente rumoroso dell’esibizione, che si manifesta infatti con un vero e proprio muro sonoro nel duo The Wonder/Hyperstation, che quasi stordisce nel tornado di feedback e ritmiche abrasive che travolgono i presenti.

La voce di Ranaldo ci riporta ad una dimensione più liquida e alle sonorità definite a suo tempo “più mature” di Washing Machine (DCG,1995), album ricco di sperimentazioni e brame krautrock, di cui i quattro newyorkesi eseguono Skip Tracer.

E’ poi nuovamente il turno di Rather Ripped con Kim Gordon a cantare con tenue leggerezza pop Jams Run Free, solo di rado avvelenata da qualche rasoiata chitarristica di Moore, seguita dal lunghissimo intro e dall’accattivante melodia tutta a salire di Pink Steam.

Il tempo di una breve pausa scandita dalle urla di richiamo del pubblico ed è già il momento dei primi bis dedicati a due nuovi pezzi, No way e Mars, e ad una chicca, 100%, tra gli episodi migliori di Dirty del 1992. In particolare Mars colpisce per intensità, una grattugia metallica capace di proiettarti completamente nella location industriale del live, sostenuta da una ritmica dei bassi potente e ossessiva. Anche 100% non lesina in veemenza, con un attacco che è un vero e proprio rombo ultrasonico per virare poi verso sonorità più vicine al garage.

La chiusura in bello stile spetta a Shaking Hell da Confusion Is Sex (Neutral, 1983). Sempre una cadenza martellante, ma più lenta, segna il tempo per le parole recitate da una Kim Gordon ammaliatrice, con le braccia aperte ad avvolgere tutti i presenti. La New York patria del movimento no wave di Lydia Lunch, James Chance e Arto Linsdsay si fa di nuovo pienamente viva, non ancora sepolta da suoni più “maturi” e diretti verso un rock più convenzionale, almeno nella forma canzone.
E’ chiaro comunque che la “lavatrice” Sonic Youth non è più ferocemente rumorosa come un tempo e si è fatta meno spigolosa e dissonante, alla ricerca, forse, di un equilibrio, attraverso una più sofisticata scelta dei suoni, vicina ai maestri Velvet Underground. Ma a fugare ogni dubbio sulla direzione presa dal gruppo sarà certo il prossimo album già previsto su etichetta Matador.

Calexico at Rolling Stone, Milano 18-10-2008 (indie-rock.it)

Che cosa accomuna Tucson in Arizona, il Messico a Hannover e Reggio Emilia? Semplice, la musica. E in particolare la musica dell’unica data italiana in quel di Milano dei Calexico, che ha visto come ospite annunciato Vinicio Capossela.

Il cantautore di origini campane, ma nato in Germania e trasferitosi poi in Emilia, è infatti comparso sul palco di un gremitissimo Rolling Stone nel finale dell’esibizione per interpretare “Polpo”, bonus track contenuta nella versione italiana del nuovo disco della band americana "Carried To Dust", e "La faccia della terra", l'ultimo brano composto per il suo nuovo album "Da solo" registrato direttamente a Tucson, proprio con i Calexico come band e con il loro produttore, JD Foster, al mixaggio.

Ad aprire il concerto sono la chitarra e la voce di Joey Burns e la steel guitar di Paul Niehaus con “Bisbee Blue” da Garden Ruin del 2006, seguita dalla tenebrosa ballata “All The Pretty Horses”, track d’apertura di Aerocalexico del 2001. Per il terzo brano “Roka (Danza De La Muerte)” la band si presenta sul palco nella formazione completa di tutti e sette gli elementi, e quell’amalgama di sonorità che trascende i vari generi musicali, dalla tradizione folk al jazz anni ‘50, che caratterizza il collettivo di Tucson comincia a presentarsi al pubblico milanese con il primo assolo di tromba mariachi di Jacob Valenzuela e la strofa centrale cantata in spagnolo.

Dopo le atmosfere jazz di “Bend To The Road” dall’ultimo album e un simpatico intermezzo in cui Burns si diverte con un’improvvisata serenata tutta dedicata a Milano, all’Italia e al Mediterraneo, è il turno per le atmosfere da sagra messicana di “Across The Wire”, un brano che parla di famiglia e di sopravvivenza, come dice lo stesso Burns, che introduce subito dopo le note d’apertura di “Sunken Waltz”, un’amara ballata country dal ritmo valzer su cui si innesta la melodia di chitarra e accordion.

Si prosegue con “Two Silver Trees” un brano country rock classico che ricorda la musicalità più pop dei Wilco, cui segue il lungo intro di steel guitar della prima totalmente strumentale “El Gatillo”, un surf desertico di indubbia ispirazione morriconiana. L’esplorazione dell’ultimo album continua con “Inspiración” che ci catapulta in un malinconico paesaggio messicano con le liriche in spagnolo cantate dal trobettista Jacob Valenzuela. Accordion e chitarre distorte in un incedere post-rock sono gli ingredienti per la fosca “Black Heart”, seguita da “Dub Latina” da Feast Of Wire  del 2003, breve brano strumentale dalle contaminazioni sudamericane ricreate con diamonica e xilofono.

Il romantico pop melodico della ballad “Slowness” precede la vigorosa “Minas De Cobre (For Better Metal)” che non nasconde un pesante debito verso le colonne sonore spaghetti western di Morricone e la tradizione della musica italiana (Arrivederci Roma?).

Prima della pausa antecedente i bis una lunga parentesi dedicata all’ultimo lavoro con ben cinque brani tra cui si distingue “Man Made Lake” con un potente solo di chitarra distorta e carica di feedback e la batteria di Convertino in evidenza, oltre alla psichedelica “Fractured Air”.

Rientro dai camerini e la frenesia per l’apparizione di Capossela si fa più evidente quando per l’esecuzione della balcanica “Sideshow”, prima tra i bis, si presenta sul palco il chitarrista Alessandro "Asso" Stefana.

Finalmente l’attesa del pubblico viene compensata con la comparsa di un losco figuro con mantello, cilindro, maschera da sub e guanti di gomma blu ad evocare splendidamente le movenze del “Polpo” cui è dedicatio il brano. E sul palco si raggiunge il ragguardevole numero di dieci musicisti. Seguono il succitato secondo brano di Capossela "La faccia della terra" e, dopo un siparietto di ombre cinesi tra Martin Wenk e John Convertino, XXX “Victor Jara’s Hand” ???

Nuova pausa e nuova serie di bis per degli instancabili Calexico che chiudono l’esibizione con “Red Blooms” con tanto di flicorno e le sonorità latine di "Guero Canelo" con la tag di “Desaparecido” di Manu Chao.L’ensemble musicale di Tucson incentrato sugli ex Giant Sand Joey Burns e John Convertino conferma senza dubbio l’eccellente fama delle sue esibizioni live, riuscendo a delineare paesaggi sonori evocativi che spaziano dal sud dell’america all’est europa, attraverso un’attenta ricerca che si volge alla musica tradizionale e alle commistioni non solo tra country e folk, tra Messico e Texas, ma tra musica popolare e musica colta in un intreccio roots-rock davvero singolare.