La macchina si aggira per la periferia. Lo sguardo, attraverso il finestrino, si concentra sulla lunga teoria di graffiti multicolori. L’attenzione dell’osservatore è contesa da colori vivaci oppure stinti per le intemperie, da forme curve o appuntite, nel tentativo di di decifrare in qualche modo quei messaggi dipinti.
E’ chiaro che anche nella città della Cupola la “steet art” o “urban art”, come viene definita, abbia ormai i suoi adepti e i suoi protagonisti più o meno noti anche a chi è totalmente estraneo a queste forme espressive.
Già, perchè di questo si tratta, di una forma di comunicazione artistica che dai sobboghi neri di New York e Filadelfia è divenuta un fenomeno globale con alle spalle ormai quasi 30 anni di storia.
Un linguaggio controverso e a volte impopolare che è stato però capace di trasferisi da un universo puramente provocatorio e clandestino fino nelle gallerie d’arte moderna e addirittura di influenzare il design contemporaneo.
Cercando di definire questo mondo così articolato bisogna subito premettere che forse l’unica caratteristica che accomuna le tecniche più disparate della steet art, come spray, sticker art, stencil, proiezioni video, poster, sculture, installazioni è appunto il fatto di trovare il proprio sfogo naturale nel tessuto urbano, interagendo con e esso e a volte modificandolo.
Non si può certo evitare di menzionare poi anche il lato più discusso di questo fenomeno, la perenne questione sul suo effettivo valore come forma d’arte o come semplice espressione di disagio che vede il suo sbocco in meri atti di vandalismo su muri e mezzi pubblici.
Ed è recente la discussione intorno alle “norme anti-writers” che inizialmente dovevano essere contenute nel decreto sui rifiuti di quest’estate, poi rinviate a data da destinarsi e che potrebbero rientrare in un emendamento al 'pacchetto sicurezza' in discussione al Parlamento.
A fermare il provvedimento, nel Cdm che si tenne a Napoli il 10 ottobre scorso, furono Lega e An, a non convincere fu la parte del decreto per la tutela del decoro urbano che prevedeva multe fino a 30mila euro e sei mesi di carcere per chi ''imbratta i muri degli edifici'', una misura ritenuta ''spropositata'' e ''poco congrua con i problemi legati alla macchina della giustizia''. Ad ogni modo il ministro dell'Ambiente, Stefania Prestigiacomo, a margine di una conferenza stampa a palazzo Chigi ha dichiarato ''Il governo conferma il suo impegno contro chi imbratta i muri”.
E’ certo come, perlomeno nel “graffiti-writing”, una buona parte dei suoi seguaci si dedichi unicamente a quell’attività definita in inglese “throw-up”, cioè lo scegliersi un nome d’arte (la cosiddetta “tag”) e quindi diffonderlo il più possibile, quasi fosse un logo da pubblicizzare, con la sola tecnica della vernice spay e senza nessuna particolare ricerca stilistica o consapevolezza nella scelta di luoghi o supporti.
Ma circoscrivere il fenomeno dell’arte urbana a questo elemento è certamente limitante e parziale visto che da parte degli stessi artisti l’uso indiscriminato di semplici firme è condannato, e che le forme espressive, come si è già detto, non sono ristrette all’uso delle bombolette.
Le motivazioni che spingono alcune persone a dedicarsi a questa forma d’arte possono essere anche molto diverse, dalla pura opportunità di esporre il proprio talento ad un pubblico potenzialmente vastissimo, alla voglia di esprimere una vera e propria urgenza artistica non comunicabile con altre tecniche più convenzionali, che risultano forse meno accessibili, alla valenza politico-sociale di appropriazione degli spazi pubblici, a una forma di critica o addirittura di sovversione.
Pur non esistendo ancora una vera e propria corrente artistica riconosciuta e definita in cui far confluire queste diverse forme espressive si può certo far risalire tutto questo movimento ad una cultura urbana propria, spesso uniforme, pur nella sua diffusione globale, connotata da codici espressivi comuni che si esprimono nelle tecniche ma anche in particolari codici di comportamento, oltre alle scelte degli ascolti musicali e nell’abbigliamento.
Abbiamo provato ad addentrarci in questo mondo e di capire un pò di più sul fenomeno domandandolo proprio ad alcuni dei suoi protagonisti, cercando di scoprire intenti e fattori stimolanti di un linguaggio che quotidianamente coinvolge anche la nostra città.
Ufocinque, ventiseienne di Novara, artista che espone da tempo i suoi lavori in gallerie e spazi dedicati come
Sulla stessa lunghezza d’onda è anche Mister Capez, 25 anni, insegnante di disegno, che ricorda quando ha cominciato “era il 1995, febbraio del ’95, mi piaceva disegnare, lo facevo già su altre superfici e così…”
Affrontiamo subito l’argomento più scottante e chiediamo proprio a loro cosa pensino di quelli che tempestano la città con le famigerate “tag” cioè le firme di cui abbiamo già detto.
“Penso che siano vandali” afferma Ufocinque “il cui unico intento sia distruggere, e gonfiare il proprio ego, purtroppo però vengono a torto accomunati a quelli che al contrario sono spinti dalla voglia di ‘creare’ e magari abbellire a loro modo il mondo, spesso brutto e degradato, in cui vivono quotidianamente”. Per Mister Capez è una questione di motivazioni “loro sono spinti da altri motivi che non condivido, io dipingo per il piacere e la voglia di disegnare veramente, per cui ho bisogno di tempo e tranquillità”.
Si sa comunque che ci sono delle regole non scritte, dei codici comuni di comportamento anche in un mondo al limite com’è quello della street art e in proposito Ufocinque conferma che “si ce ne sono molte, una che sanno tutti è che non si rovinano monumenti, chi lo fa non è ne un writer ne uno street artist”.
Cambiamo prospettiva e ci informiamo invece su quale sia la loro idea circa quegli urban artists che alla strada preferiscono la tela (o altri supporti simili) per esporre in musei e gallerie d’arte. “Sono uno di loro” taglia corto Ufocinque, mentre Mister Capez ci spiega che “fanno molto bene, inserirsi in un circuito ufficiale con la propria arte è una soddosfazione che pochi si possono permettere, vedere riconosciuta la propria opera è sicuramente un grande piacere”.
E in tema di arte ufficiale e riconosciuta chiediamo quali siano le loro fonti di ispirazione e gli autori che più li hanno influenzati. Per Mister Capez fonte primaria sono i fumetti e circa le influenze “la corrente art noveau, Egon Schiele, Dalì, come pittori, come fumettisti Nicola Mari, Corrado Roi, due autori che stanno agli antipodi, poi Luigi Piccatto e molti altri” per Ufocinque è “l’arte e la comunicazione visiva in generale a ispirarmi, oltre ai sogni, le guerre, il telegiornale” a influenzarlo nientemeno che “Caravaggio, Leonardo, Picasso, Mirò, Bacon” oltre a “Haring, Basquiat, Bad Trip”.
Le tecniche che prediligono? “Attualmente uso spesso supporto cartaceo con acquerello e pastello grasso, invece su tela, pannello o muro, preferisco l’acrilico a pennello anche abbinato alla tecnica a spray” ci spiga Mister Capez.
Concludiamo cercando di capire se ci sono determinati messaggi che vogliano trasmettere attraverso la loro arte ed entrambi concordano nell’assoluta subordinazione del messaggio all’ispirazione del momento e alla singolarità del lavoro.
Insomma quel che viene fuori dal confronto diretto con chi fa o ha fatto della street art una passione o addirittura una carriera è il ritratto di veri e propri artisti coscienti della realtà che li circonda e immersi in una società di cui sentono di far parte, assolutamente distanti dalle demonizzazioni veicolate da certi media che spesso accomunano in maniera superficiale realtà nettamente distanti e diseguali.
BOX:
Graffiti e murales nei libri e in rete
Le librerie tradizionali e internet sono ricche di fonti per chi desidera approfondire i temi della street art. Vi segnaliamo alcuni titoli e siti particolarmente interessanti. Di Alessandro Riva “Street Art Sweet Art. Dalla cultura hip hop alla generazione pop up” (edizioni Skira, 2007), di Nicholas Ganz “Graffiti world. Street art dai cinque continenti” (editore L'Ippocampo, 2006), di Alessandro Mininno “Writing. Origini, significati, tecniche e protagonisti in Italia” (editore Mondadori Electa, 2008).
Sul web è possibile visionare immagini, discutere all’interno di forum e avere informazioni su vari siti come http://www.italianstreetart.org/ un progetto indipendente a cura dell’ Associazione Italiana Street Art, di cui Vittorio Sgarbi è presidente onorario, mentre http://www.ekosystem.org/ è un sito europeo che contiene una ricca documentazione fotografica, interviste ai maggiori street artists e un forum ricco di informazioni, e infine http://www.urbantrash.net/ è un portale italiano sul mondo dei graffiti, con articoli e varie gallerie fotografiche.
Nota: In apertura d'articolo introduzione e approfondimento a cura di Giovanni Savoini.
In occasione del presidio davanti alla Prefettura promosso da Cgil Novara e indetto per testimoniare la preoccupazione per gli avvenimenti tragici che hanno coinvolto cittadini immigrati negli ultimi mesi e per chiedere maggiore attenzione verso la cultura dei diritti e il rispetto della diversità, abbiamo incontrato alcuni novaresi di origine africana per capire quale sia il pensiero di chi quotidianamente si trova ad affrontare i problemi legati al risiedere e lavorare in un paese straniero.
Perché partecipare ad una manifestazione come questa? “Per esprimere il mio disaccordo verso la situazione presente, anche politica,” ci dice Gora Diop, giovane di origine senegalese in Italia da 15 anni, “e verso le condizioni di crescente intolleranza a cui si assiste sempre più spesso, io ad esempio sono stato colpito molto duramente dalla morte di Abdoul Abba che conoscevo personalmente”.
Sono le problematiche del mondo del lavoro a preoccupare invece Bousso, anch’egli di origine senegalese, “credo che si debba avere più attenzione verso la situazione dei diritti negati ai lavoratori immigrati e di coloro che senza un lavoro si ritrovano privi di ogni tutela legale”, con decisione aggiunge sullo stesso tema Kofi Adjekum, arrivato quasi venti anni fa dal Ghana “trovo ingiusto che chi come me vorrebbe ritornare nel proprio paese d’origine, dando spazio così alle nuove generazioni di migranti, non abbia la possibilità dopo tanti anni di lavoro regolare in Italia di vedersi riconosciuti i contributi”. Il tema del permesso di soggiorno, uscito più volte durante gli interventi al megafono, è la preoccupazione di Diouf, senegalese, in Italia da 10 anni, che evidenzia come “i tempi troppo lunghi necessari per il rinnovo del permesso di soggiorno, anche un anno, creano moltissimi disagi e favoriscono le situazioni di illegalità”.
Sui progressi fatti nel nostro paese verso un vera integrazione degli stranieri Asmaa, 23enne, di origine marocchina ci dice in perfetto italiano “innanzi tutto penso che integrazione non voglia dire omologazione, perdita della propria identità culturale, poi credo ci sia ancora un grosso problema dovuto alla conoscenza della lingua per molti immigrati” e Hasna, 22 anni, anch’essa originaria del marocco le fa eco aggiungendo che “non bisogna chiudersi, i giovani di origine straniera per primi dovrebbero aprirsi per far in modo che si vincano i pregiudizi” mentre Gora Diop è più pessimista e pensa che “siamo sicuramente molto indietro, non ci può essere una reale integrazione se non si parte dal rispetto per le persone e la loro dignità, in fondo emigrare nella maggior parte dei casi è una scelta obbligata, una scelta di sopravvivenza per fuggire da situazioni economiche insostenibili.” Per Kofi Adjekum “il problema è che non c’è ancora una reale accettazione delle diversità culturali”, mentre Diouf sembra essere più fiducioso “penso che si siano fatti molti passi in avanti, certo che il rischio che si arrivi ad una situazione di reale separazione tra gli alunni nelle scuole a causa della diversità culturale sarebbe un grossissimo ostacolo, e complicherebbe molto le cose”.
Ma esiste una concreta emergenza razzismo? “Anche se io qui mi trovo bene e ho molti amici,” confessa Asmaa “si, penso che un rischio ci sia soprattutto in ambiti come la ricerca del lavoro. Anche se hai i requisiti e i titoli di studio richiesti, possono nascere dei problemi quando ad esempio ti presenti ai colloqui con il velo”, e Gora Diop aggiunge che “c’è anche molta indifferenza, e spesso si fa finta di non accorgersene”. E la situazione a Novara? “E’ evidente” continua Gora, “che i partiti che hanno la maggioranza nell’attuale amministrazione non sono certo i più disponibili verso politiche a favore degli immigrati, nonostante i cittadini extracomunitari contribuiscano creare ricchezza soprattutto in zone industriali come il territorio novarese”. Sempre sulla situazione in città Bousso è convinto che ci siano ancora molti ostacoli da superare “pensa a tutte le polemiche e i pregiudizi che si sono scatenati verso la moschea in città”, mentre Kofi Adjekum si rivolge direttamente all’amministrazione “io vorrei più attenzione da parte del Comune sul problema degli alloggi. Ci sono moltissimi appartamenti vuoti che potrebbero essere destinati alle famiglie e che invece rimangono inutilizzati con il pretesto che sono da ristrutturare”. Per Diouf Novara non è differente dalla maggioranza delle altre città “dipende dall’intelligenza delle singole persone.”
Inevitabile la domanda sulle recenti elezioni negli Stati Uniti. Per Bousso il nuovo presidente “può fare molto per la pace e la convivenza dei popoli nei prossimi anni”, mentre Gora Diop ammette di aver seguito la campagna elettorale dall’inizio, dalle primarie “quando poi la mattina ho saputo dell’elezione di Obama, quasi non ci credevo e mi sono commosso. E’ un fatto che ci da nuova speranza nel futuro, anche se qui in Italia la situazione è molto diversa, visto che gli immigrati non hanno neanche il diritto di votare e nessun partito che difenda veramente i loro diritti”.
“Credo che non sia un problema di colore della pelle,” conclude Diouf “la democrazia non ha un colore, conta l’intelligenza e la preparazione di chi viene eletto”.
Rimane forte comunque la sensazione di speranza e di orgoglio per l’elezione di un presidente figlio di immigrati dall’Africa che si respira quando il nome di Barak Obama viene evocato negli interventi durante la pacifica e colorata manifestazione.
Che il trascurato rock anni ’80 da un paio d’anni a questa parte se la passasse discretamente bene grazie al fiorire di decine di band in cerca di quelle sonorità asciutte e metalliche, già lo sapevamo. Ma che questo viaggio sonoro conducesse dritti dritti fino all’indimenticabile stagione degli anni ’70 e oltre è un evento piuttosto imprevedibile.
E proprio a cavallo di queste influenze si inseriscono a pieno titolo i The Honey Majestic 4 Revolver, band verbana che dichiara apertamente la propria passione tanto per Joy Division e The Smiths quanto per Rolling Stones, Beatles e Bob Dylan, senza naturalmente dimenticarsi del recente passato brit pop di gruppi come Oasis e Suede.
Fatto ancora più inatteso è che proprio un brano dei quattro musicisti di Verbania sia stato scelto dalla casa di produzione di Los Angeles “Treasure” per la colonna sonora di “Man Overboard”, pellicola del regista Oliver Robins (attore nel popolare film horror “Poltergeist” I e II, oltre a regista del lungometraggio televisivo “Dumped”) in uscita nei cinema d’oltreoceano.
A compiere questo piccolo miracolo, che dona nuove speranze alle numerose garage band del nostro paese, è stata la rete. Grazie ad internet infatti i produttori americani hanno ascoltato il brano “Karma”, contenuto nell’album d’esordio dei The Honey Majestic 4 Revolver “The Woman That Changed The Boy” e contattato quindi la band (il sito della band è www.myspace.com/hm4r).
Non si può comunque dire che l’esploit del gruppo del VCO sia un fulmine a ciel sereno. Sono infatti numerose le band che gravitano intorno all’etichetta ossolana “Crise Records”, che ha pubblicato il disco, e allo storico locale indie-rock “Perché No?” di Verbania ad avere i numeri giusti. “Electric
Abbiamo deciso di parlare di tutto questo con Julian Cash voce e chitarra del gruppo, Andrew Lord il bassista e i due fratelli Brian e Mark Boldegher rispettivamente alla chitarra e alla batteria, naturalmente nomi d’arte per gli italianissimi Giulio Casarotti, Andrea Loseggio, Bruno e Marco Boldi.
Allora siete già stati a Hollywood per la presentazione del film?
Ancora no, si deciderà tutto più avanti, compatibilmente coi vari impegni.
Raccontateci dei vostri esordi?
Veniamo tutti da anni di esperienze musicali diverse "indie-pop-rock-punk-blues", così decidiamo di sperimentare un progetto musicale totalmente nuovo, e due anni fa nascono gli Honey Majestic 4 Revolver.
Come definireste la vostra musica?
Una miscela di rock con venature sporche ma orecchiabili. Una sorta di genere vintage anni ‘70, con profonde radici indie-blues che si distendono fino a lambire le sonorità tipiche della musica soul.
Parlateci del disco, quanto vi ci è voluto per scriverlo e produrlo? Quali difficoltà? Quali le cose che vi rendono più orgogliosi di questo lavoro in studio?
Diciamo che tra tutto ci è voluto poco meno di un anno, senza troppi intoppi o difficoltà. La soddisfazione più grande? Quella di aver creato una combinazione di brani coinvolgenti ed eterogenei, capaci, a nostro parere, di non annoiare.
Perchè la scelta proprio di Frances Farmer (ribelle e anticonformista attrice hollywoodiana dalla tragica biografia, cui i concittadini Nirvana dedicarono uno struggente brano) in copertina?
Sicuramente per la sua semplice ma straordinaria bellezza. Visto poi che la scelta del titolo è stata “The Woman That Changed The Boy”, che in italiano suona come "La donna che ha cambiato l’uomo" ci sembrava un’immagine appropriata.
La zona del VCO da tempo sforna gruppi validissimi, insieme a voi gli Electric 69, i King Suffy Generator, i Thee Stolen Cars e molti altri. Si può parlare di una vera e propria "scena rock" verbanese e ossolana? Qual'è secondo voi il segreto di tanta qualità musicale nella vostra zona? Forse la natura un po’ selvaggia delle montagne, o la quieta atmosfera del lago maggiore?
Non saprei, forse le poche occasioni di un certo tipo di svago che la nostra zona offre fa in modo che si abbia più tempo per riflettere e quindi per comporre e creare i brani, variando le soluzioni musicali, oltre ad ascoltare molta molta musica di tutti i generi. O forse, come dici tu, potrebbero essere le caratteristiche del posto. Magari è una miscela di tutte queste cose.
Progetti per il futuro?
Uscirà presto un nuovo disco che ora è in fase di ultimazione e siamo felici di anticipare che è già previsto anche il formato in vinile.
Premiato come miglior live club d’Italia il circolo di Romagnano Sesia, con i suoi 12000 iscritti, guarda al futuro della musica dal vivo grazie alla collaborazione con la band milanese dei BluvertigoA delle “piccole iene” i milanesi Afterhours dedicarono le taglienti “ballate” di un intero album nel 2005. Agli stessi famelici animali i novaresi Simone Volpin, Andrea e Maurizio Mora, hanno deciso di intitolare il proprio locale nell’aprile del 2007, da subito consacrato quale tempio della musica dal vivo per il territorio novarese e non solo, con particolare attenzione per la musica originale, creata dalle cosiddette band emergenti.
Ricavato nei locali di un ex cinema nella bassa Valsesia il locale mantiene ancora la magia del suo precedente utilizzo grazie ad un grande palco, con tanto di quinte e pesanti tendaggi color porpora, alla grande sala con la sua galleria, allo schermo (utilizzato ormai solo per proiezioni di video e immagini a complemento dei concerti) oltre ad alcuni “cimeli”, come un grande proiettore che capeggia vicino all’ingresso.
Nonostante l’esistenza relativamente breve questo locale può già vantare una sua storia e alcuni piccoli record.
La storia di cui si parla è quella di una rocambolesca riapertura dopo un enigmatico e assolutamente inaspettato annuncio ufficiale, avvenuto via web, di chisura delle attività ad appena un anno dall’inaugurazione.
La storia racconta anche di centinaia di attestati di stima, richieste di “non mollare” e messaggi di supporto giunti con ogni mezzo per convicere i proprietari a continuare nella loro “avventura”, come la definiscono loro stessi, nella gestione di un music club che indubbiamente rappresenta una delle pochissime alternative ai classici locali novaresi tutti lustrini, cocktail e musica dance senza troppe pretese.
E alla fine di questa vicenda, che ha visto addirittura la mobilitazione di un gruppo di fedellissimi frequentatori del “Le Piccole Iene” impegnarsi in una raccolta fondi per aiutare i proprietari a non cessare la l’attività, così da raccogliere una somma piccola ma ricca di significato, c’è anche un lieto fine.
La tanto agognata riapertura è, infatti, avvenuta nell’ottobre 2008 grazie all’intervento di tre nuovi collaboratori (tra cui Danilo Dagradi dell’etichetta indipendente milanese Dartin Music) che “si sono resi disponibili ad integrare le nostre carenze con la loro disponibilità sia economica che professionale” puntualizzano i gestori. Volendo così allontanare con un nuovo comunicato, qualsiasi sospetto, sollevato da qualche dietrologo incallito, di una semplice e gratuita mossa pubblicitaria volta ad accrescere la notorietà del locale e il pubblico delle serate.
Il piccolo record di cui parlavamo è invece il premio ricevuto a Faenza alla fine di novembre come “Miglior Live Club d’Italia”, grazie al concorso indetto dalla rivista on-line MusicClub (www.musicclub.it) in occasione del MEI (meeting italiano delle etichette indipendenti), la più grande ed importante rassegna di musica indipendente italiana, che si tiene ormai da ben dodici edizioni allo spazio fiera della citta romagnola, e che quest’anno ha raggiunto un vero boom di presenze con più di trentamila visitatori, 400 artisti, 330 espositori. Un dato questo assolutamente in controtendenza con le sempre più scarse vendite discografiche, ma che testimonia un accresciuto interesse verso la musica originale realizzata nel nostro paese. Ed è forse a questo crescente interesse che Andrea, Simone e Maurizio guardano con attenzione per il futuro del loro locale.
Abbiamo incontrato Andrea Mora per saperne di più sul premio ricevuto dalle “Piccole Iene”, sugli ostacoli e sulle soddisfazione che s’incontrano gestendo un locale di musica dal vivo unico nel suo genere nella provincia di Novara.
Avete avuto un momento difficile che stava culminando con la chiusura del locale. Quali sono le principali difficoltà che incontra un locale come il vostro?
La decisione di chiusura era in realtà definitiva. Poi l'appoggio di molti appassionati e, soprattutto, di Danilo & co. ci hanno permesso di prolungare l'"agonia".
Le difficoltà sono diverse. Ovviamente prima di tutto c'è l'aspetto economico della gestione di un'attività che ha enormi spese. Poi la parte legata alla sfera personale. Praticamente non c’è mai tregua fra il lavoro "ufficiale" svolto in settimana e quello per "passione" nei week end. Tutto questo a discapito della vita privata di ciascuno di noi. Infine, c’è lo sconforto per un pubblico che spesso rimane indifferente a tutto ciò che non è cover o tributo. Si fanno bei discorsi sul dare il giusto spazio agli emergenti ma poi nessuno si muove realmente. Questo vale anche per gli stessi musicisti, troppo spesso pronti a lamentarsi della propria situazione, ma poi assenti quando si tratta di dare un segnale concreto di supporto al nostro locale o in generale alla scena emergente.
Si potrebbe dire che da noi in Italia spesso manca una sana curiosità da parte del pubblico. Insomma la voglia di lasciarsi sorprendere da nuovi ascolti, specialmente nella formula dal vivo. Che ne pensi?
Ovvio. Siamo abituati ormai a sentirci dettare i nostri gusti musicali. Se passa in radio o in Tv allora ci piace. Altrimenti no. Non si pensa che gli artisti che ora sono affermati sono stati tutti degli emergenti a loro tempo. Ci facciamo condizionare da ciò che altri vogliono "venderci". Una volta si facevano chilometri per ascoltare le bands. Si faceva l’autostop per raggiungere il mitico Babylonia di Ponderano (Biella). Ora non ci si muove dal baretto sotto casa. Sono cambiati i tempi purtroppo. Ed in peggio.
Come vedete da addetti ai lavori la scena musicale indipendente e emergente nel territorio novarese?
Come già detto è una situazione allarmante e deprimente al tempo stesso. Non ci sono spazi. Non c'è un vero interesse. Eppure le bands locali sono molte ed alcune davvero valide.
Si può anche dire che in tutta la provincia di Novara non abbiate nemmeno un concorrente. come vivete questa situazione di monopolio di fatto della musica live nel nostro territorio?
Non abbiamo concorrenti per ciò che noi intendiamo per proposta di live: un impianto di livello, una sala ascolti dedicata, un palco accettabile, e proposte nuove ogni settimana. Purtroppo però la concorrenza reale è quella dei bar e dei pub che non fanno una vera programmazione. Perchè il pubblico, troppo spesso, non fa distinzione, se non quella di "c'è gente o non ce n'è". Si muove seguendo le mode e, anzi, sembra paradossalmente insensibile proprio alle nuove proposte.
Eppure gli iscritti al vostro circolo sono tantissimi. Da dove arrivano?
Sì, abbiamo raggiunto recentemente la quota di 12000 iscritti. Non male per un club in Romagnano Sesia che ovviamente è fuori dai grandi circuiti tradizionali. Non abbiamo al momento un dettaglio specifico delle località di provenienza. Ragionando su grandi numeri la località più rappresentata è Milano ed il suo bacino, seguita da Torino e dintorni, mentre la situazione di Novara e provincia fatica a decollare, nonostante le più di 400 diverse band che abbiamo proposto in questi due anni.
A questo proposito, come scegliete i gruppi che si esibiscono sul vostro palco? Mi parlavi di una nuova collaborazione per la direzione artistica?
La scelta sulla quale da sempre si basa la gestione de Le Piccole Iene è rivolta esclusivamente ad artisti con repertorio proprio. Quindi non diamo spazio a coverbands e tributi. Pur apprezzandone le capacità tecniche riteniamo che "copiare" le canzoni di altri sia limitativo rispetto a chi si sforza di creare qualcosa di nuovo. La scelta delle bands si basa principalmente su questioni di gusto personale, di qualità, di interesse. Non abbiamo un metodo particolare.
Da questa settimana ci avvarremo della collaborazione di Livio Magnini, storico componente dei Bluvertigo, che si occuperà della Direzione Artistica. E' l'ennesima soddisfazione (dopo aver stretto una forte amicizia con musicisti quali Diego Galeri -Miura, Timoria e Xabier Iriondo - Afterhours) per chi, come noi, ha aperto e gestisce un club in completa autonomia, senza cioè aiuti o sovvenzioni da parte di enti o altro. Speriamo che questo nuovo sforzo sia utile per migliorare ciò che stiamo portando avanti ed assicurare sempre più una professionalità che nel nostro settore spesso è carente.

Il nome scelto dai cinque novaresi suona vagamente oscuro a tradurlo in italiano. “La nebbia nel guscio” potrebbe forse essere una sensazione che si prova davanti a paesaggi padani gelati dall’inverno, oppure un tributo alla bruma che diventa quasi una compagna familare nella sua costante presenza nella nostra regione. Ma è senz’altro un nome evocativo di un suono personale e riconoscibile, che travalica spesso i confini di un unico genere musicale. Un suono che comprende percorsi armonici, atmosfere rarefatte e glaciali che, lentamente, lasciano spazio a progressioni potenti, aspre e metalliche, che squarciano la trama intricata generata dall’insieme di chitarre, sintetizzatori, organo, theremin e svariati campionamenti elettronici. Formatisi intorno al 2000 su iniziativa di Marco Guizzi, il gruppo racchiude in sé diverse esperienze che vanno dalla sperimentazione all’hardcore (come da buona tradizione post-rock) e che portavano il nome di One Fine Day, Lasofferenza, Corey e Diamond Sea.
Nel 2004 l’esordio discografico con l’etichetta toscana Dufresne che pubblica “A Secret North”, un album che li proietta immediatamente in quei territori musicali descrivibili come post- rock. Una definizione “non definizione” per antonomasia, che racchiude sotto un’unica formula sonorità molto differenti, accomunate soltanto da una propensione verso la ricerca e la sperimentazione, oltre ad una predilezione per lunghe evoluzioni strumentali, con la voce trattata al pari di un qualsiasi altro strumento, efficace nel costruire l’insieme sonoro senza però sovrastarlo.
Il nuovo capitolo della loro produzione musicale, intitolato "Private South", esce il 24 dicembre 2008 grazie all'etichetta londinese Paradigms Recordings e suggerisce fin dalle primissime note un progresso del gruppo verso un suono più deciso e compiuto, con crescendo rabbiosi quanto improvvisi, incastonati su canzoni dall’attitudine psichedelica, quasi kraut-rock, arricchite da imprevedibili incursioni elettroniche.
Ad assicurare la distribuzione del disco in Europa, oltre a Giappone e Corea, la collaborazione in fase di definizione con un’altra etichetta estera, la Midfinger.
Abbiamo incontrato Marco Guizzi, Graziano Barone, Luca e Adriano Fontaneto e Nicola Zenone proprio alla fine di una sessione di prove per gli imminenti concerti live di promozione del disco.
Qualcuno sostiene che le parole siano importanti. C'è un significato o un messaggio nel vostro nome? E nel titolo del vostro album?
Il nome è stato scelto da Marco, che ha fondato il gruppo, e non è legato ad un particolare significato. Mentre per il titolo dell’album abbiamo cercato una sorta di filo conduttore con il nostro primo lavoro. Se infatti per “A Secret North” erano le ambientazioni a volte offuscate della pianura padana la fonte d’ispirazione, per quest’ultimo "Private South" sono state alcune immagini inconsuete e a loro modo rivoluzionarie del sud Italia degli anni settanta a darci lo spunto. Foto che peraltro si possono vedere nel libretto del cd.
E' passato molto tempo dalla pubblicazione del vostro album d'esordio, cosa è cambiato nell'approccio e nella scrittura di quest'ultimo lavoro?
Ci sono stati alcuni cambiamenti nella line up del gruppo e questo sicuramente ha inciso. Nel frattempo abbiamo anche allargato il panorama dei nostri ascolti. Bisogna dire che alcuni pezzi dell’album sono stati comunque scritti già da diverso tempo. La difficoltà è stata trovare un’etichetta che credesse nel nostro lavoro e decidesse di pubblicarlo. Siamo al paradosso che alcuni dei pezzi appena usciti non li proponiamo quasi più dal vivo.
Avete quindi già pronto del materiale nuovo per il terzo album?
Si certo, sarà il nostro album postumo! – dice sorridendo Luca, il batterista.
Avete pubblicato il nuovo disco con un'etichetta inglese. Cosa pensate del territorio e della città di Novara dal punto di vista di crea e cerca di promuovere musica propria?
Siamo un po’ scettici a dire il vero. Non crediamo ci sia una vera e propria scena che comprende i vari gruppi novaresi. Difatti non c’è collaborazione e appoggio reciproco, e spesso basta poco per far scattare delle invidie senza senso. Voglio raccontarti un aneddoto per farti capire cosa intendo. Tutti noi suoniamo da più di dieci anni e alcuni di noi avevano anni fa anche un’etichetta indipendente (la Cycle Records). All’epoca a Novara esisteva un centro sociale autogestito, dove si tenevano concerti dal vivo. Così con la chiusura delle attività dell’etichetta decidemmo di regalare diverso materiale (fanzine, cd, stickers, ecc.), e lo portammo al centro sociale. Passate alcune settimane si siamo accorti che tutto era ancora perfettamente impacchettato, esattamente come quando lo avevamo consegnato. Questo la dice lunga sull’interesse e il supporto che trovi nella nostra città.
Come accade spesso l'Italia arriva con un po’ di ritardo ad apprezzare certe novità in campo musicale. Cosa pensate di questa riscoperta nostrana per il post-rock a più di 10 anni dagli esordi di bands come Mogwai, Arab Strap o Tortoise?
Non pensiamo che ci sia una vera e propria riscoperta, e te ne accorgi sprattutto ai concerti dal vivo, contando il pubblico presente.
Poi a dire il vero non ci ritroviamo neanche molto nella definizione post-rock, e comunque i nostri ascolti e ciò che ci influenza maggiormente non è limitato a quel genere in particolare. Ci ispiriamo a gruppi come Isis e Pelican. Ma siamo comunque troppo poco metal rispetto a questi gruppi. Insomma non siamo ne carne ne pesce. Questa difficoltà nel catalogare la nostra musica, che potremmo definire sperimentale, in effetti ci ha un po’ penalizzato finora.
Per concludere, dove si può acquistare il vostro cd?
Lo si può ordinare direttamente all’etichetta (http://www.paradigms-recordings.com/), oppure contattandoci attraverso la nostra pagina myspace (www.myspace.com/tfits), oppure ancora lo si può acquistare al negozio di dischi “Underground” di Piazza XX Settembre, 2 a Borgomanero. E naturalmente venendo ai nostri live.

Era la fine di novembre dello scorso anno quando, dopo parecchi mesi di lavoro, finalmente usciva "Preaching At Psychedelic Velocity", il secondo album in studio degli ossolani The Preachers, grazie alla collaborazione con l’etichetta romana Misty Lane/Teen Sound. I cinque giovani “predicatori” dimostravano ancora una volta di voler perseverare nella loro vocazione per svariate sonorità proprie degli anni sessanta: il garage rock, la psichedelia, il surf con venature dell’incontrastato re dell’epoca beatelsiana, sua maestà il pop. Passione questa inaugurata e glorificata con il loro primo cd “Voodoo You Love?” nel 2005.
Ma facciamo ancora qualche passo indietro. La band nasce nel 2002 dall’incontro del batterista Filippo Vitale con Gian Paolo Bassi (chitarra solista) e Luca Rossi (basso). E’ solo dopo qualche tempo però, con l’arrivo del frontman Fabrizio Filosi, che il gruppo raggiunge la dimensione ottimale che gli permette di avviare la vera e propria fase creativa. Nascono così i primi brani in sala prove, che raggiungono il loro culmine con il mini album d’esordio “Sex Rules Demo” (autoprodotto) con solo quattro brani, che tuttavia gli valgono l’attenzione di Massimo del Pozzo che dirige l’etichetta capitolina Misty Lane, specializzata proprio nel genere revival rock ‘n’ roll, garage e chiassosi dintorni. A completare e definire il vocabolario sonoro del gruppo mancava però un capitolo fondamentale. Un organo capace di donare quello speciale groove, quelle vibrazioni irrequiete e allucinogene degne delle aspirazioni psichedeliche della band. A colmare questa lacuna l’arrivo nella formazione dell’omegnese Stefano Scaioli, il più giovane del gruppo, con il suo storico organo Farfisa rosso, protagonista inconsapevole di una curiosa storiella intorno alla sua reale proprietà e al suo “temporaneo” passaggio di mano.
Ancora qualche assestamento nella line up del gruppo con l’arrivo di un nuovo chitarrista (Andrea Loseggio) e siamo alle vicende più recenti, con un mini tour in Francia a settembre 2008 e un vero e proprio party per celebrare l’uscita di questo nuovo album, tenutosi lo scorso dicembre nel locale dell’ormai storica associazione verbanese “Perché No?”. Risale poi alle scorse settimane il nuovo breve tour, questa volta in Germania, che ha confermato la vitalità e l’interesse oltre confine per un sottogenere rock come il garage, dato per spacciato innumerevoli volte, e sempre risorto come revival ortodosso o mescolato a nuove contaminazioni, come nel caso dei The Preachers.
Ci siamo fatti raccontare di questo nuovo album, del loro peregrinare per i palchi nord europei, della particolare attenzione alla dimensione spettacolare ed estetica dei loro live shows, direttamente dai membri del gruppo.
Come nasce la collaborazione con l'etichetta Misty Lane/Teen Sound?
“Con misty lane tutto è nato in modo naturale.” A risponderci è Stafano Vitale batterista dei cinque Preachers. “Sapevo che si trattava dell'etichetta garage più importante d'Italia e quindi, dato che avevamo pronti già parecchi pezzi che ritenevamo validi, ho deciso di inviare a Massimo del Pozzo (direttore dell’etichetta di Roma) un demo per sapere se era interessato al prodotto. Fortunatamente il boss della Mistylane ha apprezzato da subito la nostra musica e ha deciso di produrre quello che poi si sarebbe chiamato"Voodoo You Love", un album forse un po' ingenuo ma carico di energia, di impulsi primitivi e schiettezza garage.”
Quale sia lo stile e il periodo cui vi ispirate è assolutamente chiaro dal primo ascolto del vostro “Preaching at psychedelic velocity”, ma come potreste definire il vostro sound in generale?
“I Preachers si rifanno a un suono assolutamente radicato nei 60's, ma non disprezziamo un certo garage anni 80'. Cerchiamo di proporre un rock carico di venature power pop e nello stesso tempo horror-psichedeliche. Ci piace inserire nei nostri pezzi atmosfere horror datate, non so se hai presente i vecchi film della “Hammer Production”? Bene, immaginati proprio quelle atmosfere condite con sonorità surf e momenti più allegri e senza troppre pretese virtuosistiche. Non amiamo comunque etichettare il nostro genere, suoniamo rock prima di tutto.”
Quali sono i dischi a cui non potreste mai rinunciare? Quelli da portarsi sull'isola deserta?
“Gli elementi dei Preachers arrivano tutti da esperienze musicali diverse, ad ogni modo penso che non potremmo mai fare a meno di "Monster a go go" dei Fuzztones, "Action, action, action" dei Chesterfield kings, oltre a "Boom" dei Sonics, e personalmente anche dei primi due lavori dei Kula Shaker, un gruppo che amo e che è stato capace di cambiare il modo di concepire un certo tipo di rock.”
Il cantante Fabrizio "Bela" Filosi, arriva nella band dopo un'esperienza nel musical rock per eccellenza, il “Rocky Horror Show” e dal vivo siete soliti usare dei costumi di scena da veri predicatori rock. Qual è lo spazio e l'importanza che date allo show e alla presenza scenica durante i vostri concerti?
“Esatto , dal vivo indossiamo vestiti da clergy men (Il clergyman è un abito religioso composto da pantaloni, camicia e giacca di colore nero, caratterizzato dalla camicia con il colletto "alla romana" che forma il caratteristico quadrato bianco. n.d.r.). Vedi, non c'è nulla di provocatorio in questo, semplicemente fin dall'inizio abbiamo voluto riprendere un certo tipo di vecchie sonorità e riproporle al pubblico con una veste nuova e del tutto personale. Ed ecco perchè ci consideriamo dei predicatori, cerchiamo di diffondere un certo tipo di suond. Per di più questo look piace molto al pubblico, oltre ad essere un omaggio ai mitici "Monks". Negli anni sessanta molte band indossavano abiti piuttosto inusuali, era una sorta di trasgressione, che poi con gli anni si è andata diffondendo un po' in tutto il mondo del rock. Consideriamo molto la dimensone dal vivo, ci permette di esprimere tutta la nostra energia. Bela ha in effetti per anni cantato nel rocky horror, e questo gli ha dato una grande presenza scenica, spesso ci tocca tenerlo a bada, è veramente incontenibile!”
Dopo il mini tour in Francia di settembre avete recentemente replicato con una serie di date in Germania. Com'è stata l'accoglienza e la risposta del pubblico?
“In Francia è stato fantastico, lo stesso per il mini tour tedesco che abbiamo portato avanti nel mese di Marzo. Vedi, in Germania e in Francia c'è un altro modo di vedere la musica live, ogni concerto in quei posti è un vero evento. E’ stato veramente gratificante suonare per un pubblico così caldo e partecipe. In Italia purtroppo stiamo perdendo questo tipo di interesse, forse perchè ascoltiamo robaccia, musica di plastica fatta solo per vendere. Questo è po’ triste, e credo che possa addirittura portare molti gruppi validi a demoralizzarsi, fino a sciogliersi.”
Come ci è già capitato di sottolineare su queste pagine, il VCO è una vera e propria fucina di rock 'n' roll band. Secondo voi c'è una ragione specifica che giustifica tanta ricchezza di gruppi?
“Hai ragione, il VCO è pieno di gruppi validissimi. Non so dirti quale sia il motivo, forse il merito è anche di quei gestori di club che hanno permesso fin dall'inizio anche alle giovani band di esibirsi dal vivo. Questo è importante e funziona da stimolo per i musicisti più giovani. Quando ci siamo formati il garage rock nella nostra zona era un genere veramente sconosciuto, è stato fantastico proporre qualcosa di diverso e vedere che il pubblico rispondeva positivamente. Tutto questo però non sarebbe accaduto se non ci fossero stati quei club così disponibili e interessati alla musica live. E’ grazie a loro che la scena musicale si mantiene viva e sempre ricca di nuove band.”
Andiamo su un classico. Progetti per il futuro?
“Ora stiamo scrivendo materiale per il nuovo album e i primi di maggio gireremo un videoclip per la canzone "lies lies lies", sarà un video veramente trucido, vedrete!”
Il Ghiro è un ex galeotto. Uno dei tanti personaggi che si muovono ai margini della legge di una Torino losca e fuori sesto. Una città teatro di piccole miserie umane, di case di ringhiera e fumosi bar con biliardo. Una metropoli erede diretta di quella raccontata da Fruttero e Lucentini ne “La donna della domenica”.
A rinforzare ulteriormente il nesso di quest’opera prima del novarese Antonio Mesisca, pubblicata per le Edizioni Cento Autori di Napoli, con i romanzi dei due maestri del noir è proprio lo stile letterario, il giallo. Un genere che sembra suscitare una sempre maggior attrattiva tra i lettori, grazie a scrittori come Massimo Carlotto, Andrea Camilleri, Carlo Lucarelli, e a veri e propri casi letterari come “Io uccido” di Giorgio Faletti.
Il libro non è di certo di quelli che si leggono soltanto per sapere come va a finire. Anche se l’intreccio e i colpi di scena non mancano. E’ il ritmo, la minuziosità e la puntualità delle descrizioni, l’acuta introspezione nell’animo del protagonista a fare di “Serial Photo” una sorta di racconto di viaggio in stile Beat, e un diario allo stesso tempo. Un percorso nel passato del protagonista, nei vicoli di una Istambul magnificamente ritratta nella sua dualità. Antica e moderna, europea e araba, dolce e maledetta.
Un tragitto che trasporta il lettore in una dimensione quasi onirica, direttamente nei panni “mai passati di moda, in quanto ma stati di moda” di Giulio Argento, il Ghiro.
In proposito quello del sogno e del sonno è un tema che si ripropone più volte all’interno dei due ampi racconti che compongono il libro (nel secondo, più breve, è il quarantenne assicuratore solitario e rancoroso a reclamare a gran voce la nostra immedesimazione). Il sonno letargico caratteristico del roditore che ispira il nomignolo del personaggio principale. O quel torpore salvifico, capace di trasportare il protagonista fuori da una realtà che lo opprime, lo sovrasta. Lontano da un destino ineluttabile che muove il nostro ignaro eroe fino al compimento della vicenda. Verso quel finale che non t’aspetti. Quella conclusione che pure tante lievi tracce ti avevano già indicato come l’unica possibile.
Una piccola epopea di attori e caratteri (Buco, Nico Catania, Marcel Laporte, Damiano Carlotto, Anais) dentro cui si dibatte il peregrino Giulio guidato, come un moderno Ulisse, dai capricci del destino lungo il suo viaggio tra Porta Palazzo e le sponde del Bosforo. Un’odissea arricchita dall’ironia e dall’umore che fa capolino tante volte nel corso della narrazione. Tanto da sorprenderti mentre sogghigni sotto i baffi o ridi palesemente.
Un bel libro, ricco e vivace, cui si può perdonare facilmente qualche sporadico compromesso con i clichè tipici del genere.
Quando nasce la tua passione per la scrittura?
“Circa quattro anni fa. Anche se in pratica scrivo da sempre. Sono partito da semplici testi musicali, sviluppando poi alcune idee contenute in quelli e creando così delle storielle più lunghe, fino ad espanderle in veri e propri romanzi” ci dice Antonio un po’ emozionato per una delle sue prime interviste.
C’è un episodio o qualche fattore particolare che ha ispirato la nascita di questo tuo primo lavoro pubblicato?
“Sì certo. Per primo un viaggio ad Istambul. Una città che mi ha incantato con la sua atmosfera, le sfumature e la tonalità della luce tra le case, la sua gente, i profumi di spezie nelle strade. Poi una canzone di Vinicio Capossela che descriveva quella stessa Torino che ho cercato di raccontare nel mio libro”.
Perché proprio un libro giallo? “Un noir” ci tiene a precisare l’autore. “Il racconto Ghiro nasce più che altro come una storia di personaggi ‘sconfitti’, disgraziati desiderosi di un qualche riscatto, un po’ sulla falsa riga dei personaggi rappresentati dagli scrittori della Beat Generation. Quando poi ho presentato il racconto ad un concorso letterario mi hanno chiesto se fosse un noir, e forse lo è in effetti”.
Tra i vari personaggi troviamo anche un “Carlotto” è un riferimento al famoso scrittore?
“No, non ha niente a che fare con lui, ma con un vero mecenate che si chiama Massimo De Carlo, cui mi sono liberamente ispirato per creare il mio commerciante d’arte. Tra l’altro Carlotto, lo scrittore, ho avuto modo di incontralo alla recente fiera del libro di Torino. E’ un personaggio magnetico, che non passa inosservato. Mi è davvero piaciuto il suo thriller ‘Il fuggiasco’”.
In origine il libro doveva intitolarsi “Il ghiro” se non sbaglio, come mai questo cambio? “Ma, a detta di quelli della casa editrice rendeva poco l’idea del reale contenuto del libro, soprattutto con l’aggiunta del secondo racconto, e probabilmente hanno ragione”.
A proposito di casa editrice, la pubblicazione con Cento Autori è venuta dopo un concorso letterario. Raccontaci com’è andata. “Ho letto sul quotidiano
Quanto c’è di autobiografico nel personaggio di Giulio Argento? Qualche secondo per riflettere su una domanda inattesa: “Poco direi. Forse lo spirito che anima Giulio è simile al mio. Quel piglio da ‘antieroe’ tipico dei personaggi di John Fante”.
Quali sono gli autori o i libri che preferisci? “Oltre a Fante, Jean Claude Izzo, un autore purtroppo scomparso ancora giovane, legato alla città di Marsiglia, che riusciva a descrivere in un modo assolutamente straordinario, proprio come vorrei arrivare a fare io”.
Una delle difficoltà delle piccole case editrici è quella della distribuzione e della promozione. Dove si può trovare il tuo libro?
“La casa editrice è molto ben organizzata e programma molti eventi e reading per promuovere le pubblicazioni. Recentemente ad esempio ne è stato fatto uno a Roma. Purtroppo, per via della distanza, non riesco mai a partecipare. Nel caso del mio libro essendo stato appena pubblicato, la distribuzione è sicuramente ancora alle fasi iniziali. Senz’altro lo si può trovare tramite il sito www.centoautori.it, le spese di spedizione sono irrisorie. Oppure provate a chiedere in libreria, penso che ve lo faranno arrivare”.
Gli amici, l’inquietudine per l’attesa degli esami. L’amore con le sue inevitabili prime amarezze. La speranza che anima lo speciale universo dell’adolescenza. E’ in questo microcosmo emozionale che i Marcilo Agro e il Duo Maravilha pescano per creare le suggestioni delle loro canzoni.
Sensazioni e nostalgie che rimangono dentro, sopite, per ripresentarsi inaspettate nel corso della vita. Allo stesso modo i brani di “Sono uscite le materie” (Halidon, 2009) del duo indie novarese si insinuano lievemente, con i loro arpeggi misurati, le linee vocali ad intrecciarsi con finezza, mentre raccontano storie di una profondità tenue.
Un inizio incoraggiante con il mini album “Tra l'altro” del 2005, una decisa conferma con l’ottimamente recensito “Viva a Ilusao” di due anni dopo, consolidano la convinzione che l’aver fatto da band d’apertura per un concerto degli Oasis non sia stato un expoit irripetibile. Anche se forse il sound proposto dai Marcilo Agro è quanto di più lontano si possa immaginare dal roboante rock pop dei fratelli Gallager.
E’ infatti la via del minimalismo acustico quella che Marcilo e Joao hanno deciso di percorrere anche in questo nuovo lavoro, che parte magnificamente con la fresca ingenuità di “Amarti”, “Bagnino” e “Mi ricordo” per poi perdere un po’ della sua spontaneità nel finale.
Paragonati infinite volte dalla critica specializzata ai norvegesi Kings of Convenience, il sottoscritto non può che suggerire puntualmente il medesimo parallelo con gli epigoni moderni di Simon & Garfunkel per quei lettori non troppo addentro alla stampa musicale.
Altro da cui non posso esimermi è l’ampliare il paragone. Includendo nei rimandi della band gli Smiths di Morrissey. Non solo per i temi intimi, sentimentali e colti delle liriche, ma anche per l’essenzialità di suoni e armonie, come solo certo pop inglese sa fare (si ascolti non a caso la cover “It’s A Sin” dei Pet Shop Boys). Insomma Marcilo e Joao come Morrissey e Marr.
Ma non manca anche la nuova musica d’autore italiana, con l’attrazione magnetica verso quegli scenari desolati cari al Moltheni dei primi album e certi giochi di parole non sense alla Morgan.
Menzione quasi d’obbligo per la citazione letteraria al territorio novarese nel testo di “A fra Dolcin” tratto dall’Inferno di Dante.
Certo, niente di nuovo sotto il sole della piccola provincia sonica, ma senz’altro un piacevole segnale che qualcosa si muove anche da queste parti.
Come si svolge il processo creativo per un nuovo album? A riponderci è Marcilo: “Quasi tutto accade sui tatami e sui tappeti di Joao. Le intuizioni comunque possono coglierti in qualsiasi luogo. Noi ci mettiamo al servizio dell'intuizione. Che vuol dire lasciar entrare le cose, trasformarle o semplicemente fotografarle. Poi arrivano le difficoltà, far suonare, cantare e vibrare l’intuizione”.
In questo lavoro avete inserito un brano dedicato al Genoa Football Club. Perchè questa scelta? E’ il turno di Joao che ci spiega: “La nostra musica e' lo specchio di quello che viviamo, individualmente e insieme. Il Genoa fa parte del nostro quotidiano dunque e' normale che possa essere il soggetto di una canzone. Le parole sono un omaggio al fondatore del club piu' antico d'Italia”.
Non siete nuovi a singolari espedienti artistici nella composizione dei testi delle canzoni. Ad esempio l'utilizzio per le liriche di un brano di “Viva a Ilusao” delle stesse parole usate dai giornalisti per recensire il vostro precedente lavoro. Questa volta a stupire gli ascoltatori, insieme alle ricercate citazioni poetiche, è il turno di alcuni brani tratti dal diario "Smemoranda" di una adolescente di fine anni '80. Continua Joao: “Non e' una scelta decisa apriori quella di musicare testi altrui. Prendiamo il caso di “A Fra Dolcin”, una mattina di gennaio di due anni fa stavo leggendo il canto XXVIII dell'Inferno e, arrivato al versetto 49, ho cominciato a canticchiare le terzine anziche' leggerle”.
Siete stati tra i primi ad inaugurare la formula dell'"house concert", cioè quei mini concerti
nelle case private. Quando nasce in voi quest'idea e come si svolge una serata del genere? A spiegarcelo è Marcilo: “ogni genere musicale andrebbe ascoltato nello spazio per il quale e' concepito. La nostra e' musica da camera, in senso letterale. Il meglio arriva quando suoniamo e cantiamo senza amplificazione, perche' cosi' nascono le cose. L'idea delle case ci sembrava congeniale. Questo non preclude l'esperienza sul classico palco, ma anche in questo caso cerchiamo di ricreare un ambiente casalingo”.
“Attenzione: musica estrema”. Questo è l’avviso virtuale che andrebbe apposto a fianco delle produzioni firmate dai novaresi Psychofagist. In effetti quella concepita dalla band non è propriamente musica adatta a tutti. Solo ascoltatori particolarmente curiosi e cultori della sperimentazione possono godersi a pieno la carica brutale, dissonante e caotica contenuta nell’EP appena pubblicato dal gruppo per l’etichetta milanese The Spew Records e intitolato "The Optician".
La band formata da Stefano Ferrian alla chitarra, Marcello Sarino al basso, Federico "ducaconte" Debernardi alla batteria ha dato prova negli ultimi tempi di una inconsueta vivacità per il panorama musicale nostrano. A cominciare dal recente acquisto, Luca Tommaso Mai al sax baritono, proveniente dagli “Zu”, band romana nata nel 1999 su niziativa tra gli altri del famoso trombettista Roy Paci capace di creare un piccolo culto intorno alla propria musica jazz sperimentale. Per proseguire poi con la prestigiosa condivisione del palco in quel di Bologna con il mitico Damo Suzuki dei tedeschi Can, indimenticati alfieri della cosiddetta Cosmic Music degli anni settanta, con il quale i novaresi hanno improvvisato una sorta di jam session riarrangiando in stile kraut-rock i propri brani. "The Optician" risulta così semplicemente il culmine di tale dinamismo.
Interessante la dimensione multimediale di questo lavoro, il cd infatti contiene il nuovo singolo "The Optician" il rispettivo videoclip, più canzoni dal vivo, video dal vivo e foto.
Provando scherzosamente a descrivere la propria musica il bassista Marcello Sarino ci dice testualmente: “un teatrino freak di artisti nevrotici che maltrattano i propri strumenti, con in sottofondo un ammasso dissennato di note dispari a volumi poco gradevoli”.
Quali sono gli artisti a cui vi ispirate, quelli che influenzano il vostro modo di fare musica?
“Sono innumerevoli, incalcolabili, non si condensano solo in ambito musicale, anche cinematografico, artistico, letterario. Oltretutto io e Stefano (chitarrista), da sempre il “midollo” del progetto, abbiamo gusti e ascolti non perfettamente allineati, per cui ci verrebbe automatico scannarci su una domanda del genere! Legato al tema focale degli ascolti, tendenzialmente di punti di contatto sulla nostra via, dal lontano 1998, ne abbiamo trovati svariati. Ti estrapolo qualcosa dalle playlist correnti: Doctor Nerve, Bachi da Pietra, Anthony Braxton (periodo ‘70), Arnold Schönberg, Black Elk; e sul filone “estremo” i marchigiani Gerda, Hunab Ku, Under the Pledge of Secrecy e gli australiani Hatred Surge”.
Quando è prevista l'uscita di un vero e proprio album?
“Domanda da un trilione di dollari: nostro proposito sarebbe quello di entrare in studio per il secondo full-lenght entro quest’estate, il resto si vedrà. Stiamo lavorando e ragionando da tempo sul versante artwork, labels, distribuzione, per cui è un tema più che attuale”.
Immagino che la vostra musica si rivolga più ad un pubblico internazionale appassionato del genere. Cosa pensate però della scena musicale locale a Novara e dintorni?
“Penso a questa insalubre prassi diffusa in tutte le cittadine di provincia: tante bands, alcune valide, troppe sfortunate e poche che riescono (sebbene sia il minimo risultato conseguito con il massimo sforzo) a farsi strada all’esterno; innumerevoli veleni, guerre dei poveri e qualche “vana gloria”; qualcuno che ha a cuore la scena e si sbatte per elevarla un minimo, ma zero luoghi o eventi utili per suonare almeno davanti agli amici del bar (questo zero tende al negativo quando oltretutto proponi qualcosa di poco ortodosso e fastidioso alle orecchie medie).
Ciò che non vedo minimamente è un ricambio generazionale, un fervore da “teenage riot”, la sfrontatezza e l’ingenuità che possono solo fare del bene alle nostre città-dormitorio”.