La chitarra e il basso segnano un ritmo incalzante sul quale si inserisce il clarinetto, dapprima timido e sinuoso, poi esuberante e allegro, poi nuovamente malinconico. E’ così che il disco dei Kli Zemer Trio ci proietta nel mondo della musica klezmer.Ma cosa significa “klezmer”? Dall’unione delle parole kley e zemer, letteralmente “strumento del canto”, non è soltanto un genere musicale o un repertorio di canzoni popolari tramandate nel tempo, è un approccio alla vita che si riversa su di uno stile musicale condizionandolo.
Un approccio che rispecchia l’intensa storia di un popolo e delle sue vicissitudini. Un atteggiamento verso l’esistenza, nei sui vari aspetti da quelli più tragici, a quelli più leggeri, ironici e festosi.
Ecco che così ci appaiono le canzoni klezmer. Ritmi entusiasmanti, appassionate melodie, atmosfere sonore intrise di toni accesi, che però lasciano sempre spazio ad un sottofondo amaro, che non è lamento fine a se stesso ma coscienza ed esperienza della crudeltà che la vita, nella sua concretezza, a volte riserva.
Nato dal ceppo antichissimo della musica religiosa ebraica, il klezmer si sviluppa attraverso le infinite strade che portano gli ebrei dapprima a popolare l’Europa centro-occidentale nel X secolo e in seguito nel XVI secolo, per le persecuzioni, a spostarsi verso sud e verso est fino alla Polonia e alla Russia. Infiniti quindi i rimandi e le contaminazioni, dagli elementi tedeschi a quelli greci e turchi, da quelli boemi a quelli magiari, bulgari, e transilvani, fino agli influssi della tradizione ucraina e zingara.
Ma è nel secolo scorso, a causa delle nuove persecuzioni ad opera dei nazi-fascisti, che la musica klezmer subisce una nuova mutazione. La migrazione di quasi tre milioni di ebrei nel nuovo continente, e con essi della loro musica, favorisce la commistione tra gli elementi tipicamente yiddish con il jazz e lo swing americani, favorendo la nascita di un nuovo stile.
Se gli antichi strumenti tradizionali dei “klezmorin” (musicisti itineranti che portavano la musica sia vocale che strumentale nei matrimoni e nelle feste) erano i violini, le viole, i cimbali, i flauti, gli ottoni e le percussioni, è ora il clarinetto a fungere da veicolo del nuovo interscambio culturale.
Ed è Paolo Gavelli, esperto musicista classico e profondo conoscitore degli strumenti d’epoca, a suonare questo strumento nel disco dei Kli Zemer Trio, alternandolo col flauto e con l’inconfodibile ocarina. Ad accomapagnarlo alla chitarra c’è l’omegnese Marco Adorna, esecutore di musica da camera e compositore di musica teatrale. Mentre al basso troviamo il contrabbassista Marcello Testa, autore di due delle venti tracce del disco (“Autumn Yard” e “Rue Tiquetonne”). Tracce che ripercorrono la lunga strada della musica klezmer soprattutto attraverso l’interpretazione di pezzi tradizionali. Tra cui spiccano, inconfondibili, “Bella Ciao”(in medley con i tradizionali “Hora” e “Serba - Khosidl”) e “In Groppa Al Tonno” indimenticabile colonna sonora del film pinocchio di Comencini (1972).
Un disco ricco di ritmi variegati e atmosfere toccanti, capace di rendere a pieno lo spirito di una musica che vuole toccare l’animo e i sentimenti dell’ascoltatore, creando emozioni diverse ed ugualmente profonde.
Un’interpretazione votata alla tradizione, che non disdegna però di disseminare qua e là elementi distintivi e personali che allontanano il disco dalla semplice operazione di riscoperta di un genere musicale.
Esce per la collana poesia in notes dell’editrice Ennepilibri di Imperia “Lontano Nemmeno Un Giorno” il nuovo libro di Giovanni Savoini, dopo il precedente volume “A Capofitto” del 2005.
Si tratta di una raccolta di liriche brevi, più precisamente di haiku.
L’haiku è un tipo di poesia di origine giapponese composto di tre parti (rispettivamente di cinque, sette e ancora cinque sillabe ciascuna) e costruito sull’idea che ogni emozione è un singolo, indivisibile e perfetto insieme, che può essere espresso da un numero minimo di parole significative, selezionate accuratamente. Tra gli autori non giapponesi appassionati di quest’arte che si sono cimentati nella composizione si possono segnalare Kerouac, Borges, Claudel, Ginsberg e Sanguineti.
Scelta inusuale quindi da parte dell’autore novarese, come originale risulta quella dell’editore per il formato del libro. Un classico blocco notes, come quei “vecchi taqquini in cui i poeti erano soliti scrivere le riflessioni scaturite di getto dall’anima”.
E prima ancora delle emozioni descritte nei versi di Savoini e di quelle che gli stessi suscitano nel lettore, vi è la strana sensazione, come di deja vu, di trovarsi tra le mani questo oggetto inconsueto e di dover voltare verticalmente, con una certa energia, le spesse pagine di carta color panna.
Il libro è diviso in quattro sezioni, “Visioni, “Ritratti”, “Emozioni” e “Uwaga Pies” (attenti al cane, la prima frase in assoluto in lingua polacca imparata dall’autore durante i suoi viaggi).
Se per le prime tre è la natura (le montegne della Valsesia e il lago Maggiore) nelle sue infinite manifestazioni ad avere uno spazio maggiore, le composizioni dell’ultima sezione ci rimandano a luoghi lontani, e viaggiamo con l’autore attraverso l’Europa e
Accostamenti inaspettati di concetti apparentemente opposti, una scelta accurata e mai banale delle parole (il “bacile in pietra”, il “carugio salmastro”), creano suggestioni affascinanti (le “barbe di gocce”, la “balugigante fiamma”), come affascinante sembra essere il mondo naturalistico, talvolta primo attore, talvolta semplice coprotagonista, descritto nelle brevi composizioni delle prime sezioni del libro. “Visioni” rustiche di boschi e cortecce, di acque e nebbia, “Ritratti” di giovani donne e di uomini intenti a fumare, di visi e sguardi appassionati, “Emozioni” di baci notturni e sospiri carnali.
Versi schietti, a volte ingenui, a volte velati di una certa malinconia, sempre vividi e incisivi.
Le illustrazioni sono di Antonio Ferrara.
La Sinagoga di Vercelli sorge al centro dell’area dell’antico ghetto, seminascosta dai palazzi di via Foa e di piazza D'Azeglio. E' un edificio slanciato, dallo stile esotico e caratterizzato da forme di ispirazione mediorientale.
Fu costruita, su progetto dell'architetto Giuseppe Locarni, in soli quattro anni, tra il 1874 ed il 1878, anno in cui venne solennemente inaugurata. Fu questo un periodo importante per l’architettura ebraica in Italia, dato che fu permesso per la prima volta agli Ebrei di costruire edifici di culto più alti dei fabbricati circostanti non ebraici, ed infatti alla stessa epoca risalgono le sinagoghe in stile neo-moresco di Torino, Roma e Firenze.
La facciata del tempio si caratterizza per le strisce orizzontali di pietra arenaria di Saltrio. L'ingresso, oltre la cancellata e l’ampia scalinata, è protetto da un piccolo portico e appena sopra di esso sono scolpite le due scritte in caratteri ebraici che racchiudono l’effige delle Tavole della Legge.
L’interno, a tre navate con un abside poligonale, è ornato da elementi architettonici in rilievo e da decorazioni policrome. Componenti essenziali e notevoli del tempio sono l'Arca Santa (Aron) posta nella parete orientale, che consiste in un armadio contenente i Rotoli della Legge, nelle cui ante sono incastonate formelle in metallo sbalzato e cesellato raffiguranti i principali simboli di culto. La balaustra scolpita che separa i fedeli dalla Teva'h, sorta di piccolo altare rialzato e collocato al centro dell'abside, dove l'officiante appoggiava i rotoli durante la lettura. Le interessanti navate laterali divise in due parti dal matroneo. Le colonne con capitelli lavorati in stile orientale e bizantino. I due grandi candelabri in bronzo, ultima testimonianza dello splendido arredamento che in origine ne arricchiva l’interno.
L'illuminazione e' a luce naturale, ottenuta attraverso le splendide vetrate colorate (26 finestre e 3 grandi rosoni).
In questo momento proseguono i lavori di restauro delle strutture murarie interne, seguiti a quelli già completati per il riordino di vetrate, banchi e porte.
Le numerose richieste di visite guidate vengono ad oggi soddisfatte con aperture settimanali ogni domenica, grazie all’attività di Rossella Bottini Treves, presidente della piccola comunità ebraica di Vercelli, che conta un centinaio di persone, sparse in un vasto territorio: Vercelli, Novara, Biella e Verbano Cusio Ossola. Ma la frequenza dovrebbe aumentare visto il coinvolgimento del tempio come sito di interesse artistico, culturale e architettonico della città di Vercelli in occasione della prestigiosa mostra in collaborazione con la collezione Peggy Guggenheim di Venezia.


Chi non si è sentito dire almeno una volta “a Novara non c’è mai niente da fare”? O chi non l’ha pensato durante qualche fine settimana particolarmente noioso? Molti, è certo. Quello che non è chiaro è se c’è un fondo di verità in questo vero e proprio tormentone nostrano. Oppure se la condizione novarese non sia tanto diversa da quella delle altre cittadine italiane di medie dimensioni. Di sicuro c’è che non si sono mai viste situazioni limite come quelle del “popolo dello spritz” che imperversa nelle serate delle città del nord-est nelle ore dell’aperitivo, e oltre. Oppure quelle notti brave descritte con molta malizia dalle trasmissioni tv come Lucignolo di Mediaset. O ancora, le centinaia di giovani chiassosi che affollano le piazze e i “murazzi” di una Torino improvvisamente libera da quel grigio torpore che sembrava contraddistinguerla. Al contrario sarà successo a quasi tutti di trovarsi nel centro storico dopo l’orario di chiusura di uffici e boutiques in compagnia soltanto di qualche coppietta intenta alla passeggiata serale con il classico cono gelato, oppure di qualche solitario signore che porta a spasso il proprio cane. Ecco sì, lo shopping. Quello degli acquisti non sembra proprio essere un problema che affligge i novaresi, visto il recente fiorire di centri commerciali e negozi outlet sempre aperti, ma questo è tutto un altro discorso. A guidare il giudizio del fronte degli insoddisfatti sarà solo il vecchio adagio per cui l’erba del vicino sembra sempre più verde? E in tema di vicini sembrerebbe, secondo alcuni, che la causa di questo supposto immobilismo novarese sia dovuta proprio alla breve distanza che ci separa da Milano, e dalla sua infinita offerta di distrazioni ed eventi più o meno culturali, peraltro di norma non a buon mercato. Un’offerta capace di soffocare sul nascere ogni iniziativa locale. E’ un passaggio obbligato quello dalla città lombarda? E anche le gite fuori porta o le visite alle molte sagre paesane in provincia sono una scelta, o l’unico modo per trovare quel divertimento che sembra mancare sotto la cupola? La risposta dei fautori del tormentone di cui sopra è ovvia. Eppure sicuramente qualche cosa di nuovo rispetto al recente passato c’è, anche nella tranquilla e operosa Novara. Le varie notti bianche, il festival degli artisti di strada, le Giovani Espressioni e il Novara Jazz Festival, sono ormai appuntamenti fissi e molto attesi, che vanno ad affiancare le classiche manifestazioni di sempre come l’Estate Novarese, la Fiera Campionaria e il cinema all’aperto nel cortile del Broletto. Ma c’è anche il continuo moltiplicarsi, lungo le strade e nelle piazze di quasi tutti i quartieri della città, dei gazebo e tavolini all’aperto di bar e ristoranti, addirittura impensabile fino a qualche anno fa. Probabilmente meno evidente ai più è invece la mancanza ormai cronica, a detta dei diretti interessati, di spazi adeguati, sia pubblici che privati, dove le numerose band giovanili novaresi possano far ascoltare la propria musica dal vivo. Insomma, che il dibattito tra chi è pro e chi contro cominci. E che vinca il migliore.
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Arriva dalla provincia novarese la nuova onda rock and roll che da qualche tempo ha invaso il panorama musicale anche del nostro paese.
Alfieri di questa rinascita delle sonorità più adrenaliniche sono i cinque Electric 69 che si presentano a distanza di due anni dal loro esordio discografico con un nuovo lavoro frutto di un’evoluzione stilistica rispetto al precedente “Let’s play two”, di matrice più puramente hard rock.
Nove canzoni come un solo energico tributo al rock classico, alla sua tradizione e ai suoi riti, ai giubbotti di pelle e ai jeans sgualciti.
Canzoni che ci mettono poco ad insinuarsi nel cuore e nella mente degli appassionati, che ti spingono, da subito a battere il ritmo trascinante della batteria di Steve “B” Bosso con i piedi o a lanciarti in improbabili performance di air guitar dietro ai riff infuocati di Maury “Wood” Capra e Mauro “Gif” Ramozzi (per quanti non lo sapessero l’air guitar è la pratica di mimare l’utilizzo di uno strumento musicale inesistente, fatto appunto d’aria).
Un album vario, comunque, in cui si susseguono ballate rock a pezzi indiavolati (irresistibili il brano d’apertura “Over and Over” e l’esaltante “Lazy Rope”), in cui le mille sfumature di un rock sincero, delle origini, si mischiano alle novità del panorama attuale.
Riff e assoli chitarristici sulle orme delle icone dell’hard rock per eccellenza come gli australiani AC/DC (ascoltare per credere l’intro di “Sin City”), i Grand Funk Railroad, i Rolling Stones degli esordi, i Black Crowes o dei loro discendenti contemporanei: Jet, Wolfmother e Danko Jones.
Atmosfere che odorano finanche di psichedelia anni ’70 grazie alle influenze e al piano fender rhodes dell’ultimo acquisto della band, il tastierista Luca “Don Luke” Schiuma, a volte un po’ sacrificato sullo sfondo dalle possenti chitarre, ma dal contributo imprescindibile per la resa complessiva dei brani, come nella ballata che chiude l’album “Northern Swamps”.
Richiami evidenti anche alla tradizione blues e funk, ad esempio nella splendida “Cherry Rolling Down The Window” con il bel solo di sax nel finale. Testi che raccontano storie di donne, di amori difficili, di balli senza freno, di notti intense, di desideri infuocati, con un omaggio al Bruce Springsteen di “Thunder Road”.
La produzione impeccabile curata da Diego Cattaneo e dagli stessi Electric 69 esalta le capacità creative del quintetto, mettendo in risalto la varietà dei suoni e la scelta accurata degli arrangiamenti.
Per qualche “assaggio” dell’album e informazioni ulteriori sulla band, il sito da consultare è www.myspace.com/electric69band.
“Fare il volontario vuol dire rispondere ad un richiamo, direi quasi una musica, forte e irresistibile”. “Ognuno di noi dovrebbe dare un senso alla sua vita, io l’ho trovato in una quotidianità fatta di affetto, di voler bene, di curare creature indifese”. “Il rispetto per gli animaliè un valore grande, il tesoro che ti porti a casa”.
A raccontare “chi gliel’ha fatto fare” sono Giorgia, Augusto, Mario, Irene, Sonia, Tina e tutti gli altri volontari del Rifugio “Il giardino di Quark” di Gattinara in questo volume edito con la collaborazione dell’ENPA, sezione di Borgosesia e del Centro di Servizio per il Volontariato della Provincia di Vercelli, e curato da Alessandra Boccalatte e Giovanni Savoini.
Il libro ripercorre, attraverso venti interviste ad altrettanti volontari, il percorso personale e le motivazioni di queste persone che spontaneamente si prodigano per rendere migliore la vita degli animali abbandonati, spesso malati o vecchi.
Ma non sono solo le interviste a stimolare la curiosità del lettore, ci sono gli approfondimenti su come i cani vengano visti nella nostra società, sulle diverse tipologie di canile, anche quelle più spiacevoli, quelle di “orfanotrofio-collegio-prigione” che la cronaca televisiva talvolta riesuma nei suoi toni drammatici e sensazionalistici, per poi dimenticarsene alla svelta.
Lo sforzo di questa pubblicazione è invece di analizzare in maniera pacata e competente cosa sia realmente un canile, cosa significhi dedicarsi alla causa animalista e come questo si rifletta intimamente anche sulle scelte del vissuto quotidiano dei volontari.
Ad arricchire il volume gli approfondimenti di Valerio Porcar, professore ordinario di sociologia del diritto alla facoltà di giurisprudenza dell’Università degli Studi di Milano Bicocca sui diritti degli animali e di Pierpaolo Paralovo, consulente cinofilo, sul ruolo moderno del canile come centro di servizi, modernamente strutturato, informato e aggiornato, non chiuso in un microcosmo pietistico.
A chiudere il libro una breve lista con la descrizione delle varie attività del rifugio, come le adozioni a distanza, la libreria animalista, le consulenze per risolvere i problemi di rapporto col proprio animale domestico e l’organizzazione di corsi e incontri.
Un’edizione del Novara Street Festiva funestata dal maltempo quella che si è tenuta nella settimana tra il 7 e il 15 nel territorio novarese. Se in quella precedente erano state le tappe in provincia, e in particolar modo quelle in riva ai laghi a patire l’arrivo della pioggia, questa volta è stata proprio la tre giorni conclusiva nel capoluogo a doversi piegare all’inclemenza di quella che si presenta come una delle primavere più piovose degli ultimi anni.
Formula collaudata e vincente anche quest’anno, con i palchi sparsi per le vie del centro storico e l’Osteria del Festival, stavolta sistemata in piazza Martiri della Libertà per l’inagibilita della più consueta sede nel castello sforzesco.
Quella del 2008 verrà ricordata anche per il buon incremento delle presenze di pubblico che, perlomeno nella serata di sabato, non si è lasciato intimorire dal cielo coperto da nuvole minacciose.
Nutrita come al solito la schiera dei musicisti presenti. Ad essere rappresentate Brasile, Polonia, Svizzera, Gran Bretagna e naturlamente l’Italia, con una massiccia presenza di gruppi che hanno spaziato dal jazz all’immancabile folk, dalla musica rinascimentale a quella della tradizione piemontese.
Tra gli eventi speciali che hanno animato le strade durante la rassegna notevoli i pupazzi del “Fluffy Puppets Show”, l’arte circense degli argentini Circo Charibari e di Brunitus, le spettacolari evoluzioni di parkour (la tecnica di superare in maniera acrobatica le barriere create dalle costruzionie cittadine e dagli arredi urbani) dei “traceurs” Team Apki e Milan Monkeys e la banda Triuggio Marching Band che ha avuto il compito di chiudere le serate a Novara, conducendo il popolo dello Street Festival fino al ritrovo all’osteria.
Da segnalare, infine, la conclusione della collaborazione con l’ormai sciolta associazione di promozione musicale Novara Wake Up, comunque presente per un’ultima volta alla manifestazione con un proprio palco, dopo ben cinque anni di partecipazione al festival.
“E’ una formula interessante quella del festival in piazza. Si può portare la cultura del fumetto direttamente tra la gente, magari anche tra coloro che non hanno mai aperto un albo a disegni. E poi non c’è nessun biglietto d’ingresso da pagare”. A parlare è Daniele Statella, apprezzato disegnatore e illustratore, nonché direttore della scuola di fumetto di Vercelli, ospite insieme a molti altri artisti di questa quinta edizione del festival “Fumetti a Novara”, tenutosi nelle piazze del centro storico nelle giornate di sabato 12 e domenica 13 luglio.
Ad organizzare questa maratona del disegno è stata l’associazione omonima Fumetti a Novara,
Come per le scorse edizioni il cuore della rassegna è stata la lunga fila di stand in piazza della Repubblica dove poter incontrare fin dal mattino i disegnatori professionisti, fargli domande, chiedere autografi o avere un disegno originale del proprio personaggio preferito.
Ad affiancare i colleghi più conosciuti anche una folta schiera di giovani esordienti e aspiranti autori dell’accademia ACME di Novara, anch’essi assediati dal pubblico in cerca di bozzetti e schizzi dei futuri maestri della matita.
“Per me la svolta c’è stata dopo le scuole superiori, anche se l’amore per i fumetti è cominciato fin da piccolo” ci dice in argomento Daniele Rudoni, novarese, colorista per la mitica Marvel, apprezzato autore di graphic novel e collaboratore nel progetto Capitan Novara di Fabrizio De Fabrittiis. “Ho frequentato
Ma il ricco menu di questa edizione 2008, oltre agli incontri con gli autori, ha previsto incursioni anche in quei settori non proprio legati al mondo delle matite e della china, ma spesso cari agli appassionati dei fumetti, come i giochi di ruolo, strategia e fantasy o i videogiochi per PC. Così, largo a dimostrazioni e tornei di Khet, Yugi oh, Risiko, World of Warcraft, sia in piazza del Duomo che in piazza Gramsci.
Notevole poi il successo di pubblico ottenuto dal concorso nazionale di Cosplay, il fenomeno tipicamente giapponese che sta riscuotendo anche da noi sempre maggiori consensi, aperto a tutti quelli che volevano indossare per i due giorni della manifestazione gli abiti dei loro beniamini dei cartoni animati. In palio, oltre alle classiche coppe, accessori per il computer, libri e fumetti per le ben otto diverse categorie, tra cui il miglior costume maschile, il miglior costume femminile, il miglior gruppo e naturalmente il premio simpatia. A distinguersi per fantasia e originalità tante ragazze come Patrizia Sabatin, Arianna Patelli, Sara Ghetti, Laura Amadori, Fabiana Naccari, Loreta Montuori e molte altre. A premiarle anche l’assessore alle Politiche Giovanili Matteo Marnati.
Presenti oltre ai padroni di casa della DeFalco anche altre case editrici come
Spazio anche per i più piccoli con i laboratori di disegno e colorazione per creare un proprio piccolo giornalino a fumetti, spettacoli di magia a cura di Magic Space e una mostra dei pupazzi di gommapiuma realizzati da Gabriele Proserpio con i personaggi del cinema di fantascienza, come i celeberrimi alieni di Guerre Stellari e Gollum da Il Signore Degli Anelli.
Non è mancato neppure un mercatino del fumetto, presente in piazza Gramsci con tante diverse bancarelle dedicate a tutti quegli appassionati in cerca del numero mancante per completare le proprie collezioni o per trovare speciali pubblicazioni, oppure per portarsi a casa uno fra gli infiniti gadget ispirati al mondo degli eroi dei fumetti americani o giapponesi.
Ma in questo mondo tradizionalmente fatto di carta, matite, pennelli e china quale spazio hanno le nuove tecnologie? Lo abbiamo chiesto ad alcuni degli autori presenti alla fiera.
“Per me il computer è un elettrodomestico fondamentale” dice sorridendo il disegnatore romano Maurizio Ribichini che ha pubblicato fumetti su riviste come Cuore e Tank Girl, oltre a collaborare come illustratore per testate come Il Messaggero e L’Unità, “per tenere i contatti con gli editori tramite la posta elettronica. Insostituibile poi quando devi lavorare su più copie di uno stesso disegno e farlo in tempi brevi”. Interrogato sull’argomento Giorgio Sommacal, disegnatore di Cattivik e Strisce Bavose, ammette di usare spesso programmi specifici utili nella fase di colorazione o di impaginazione, oltre a tutta la parte dedicata alla promozione dei propri lavori “io ad esempio ho un blog personale”. “Uso parecchio internet per la documentazione” chiarisce Daniele Statella “se devi ambientare una storia in una città in cui non sei mai stato o disegnare uno specifico soggetto che non hai mai visto, la rete diventa uno strumento fondamentale. Uso poi programmi per la colorazione e anche la tavoletta grafica e la penna ottica, che hanno raggiunto ormai dei livelli di accuratezza e praticità strabilianti. Ho anche un sito e cerco di tenere sempre aggiornato un mio blog”.
Si è così rivelata una due giorni particolarmente densa di eventi questa quinta edizione della manifestazione novarese dedicata alla letteratura disegnata, capace di soddisfare appassionati e semplici curiosi, quasi per nulla rovinata dal tempo incerto, che ha solo costretto Marco Feo e tutti gli altri dello staff a qualche straordinario per tenere a bada i piccoli danni causati dalle improvvise folate del vento.
Tappa novarese per il poliedrico artista Roy Paci, che in una fredda e piovosa serata di metà settembre è riuscito a portare in p.zza Martiri tutto il calore e lo spirito latino della sua musica.
Il concerto del trombettista siciliano si è inserito nelle “Not(t)e di Settembre”, un maxi contenitore di svariate manifestazioni che ha animato il centro città per tre giorni, con i balli del “Novara Danza Festival”, le note della rassegna di musica classica e il folclore del festival celtico.
Accompagnato dagli ormai immancabili Aretuska, ha proposto la sua personale fusione di rock'n'steady, ska, soul, funk e melodie mediterranee, spaziando attraverso tutta la sua discografia, da “Baciamo Le Mani” del 2001 fino all’ultima fatica “Suonoglobal” dello scorso anno, di cui ha interpretato l’ormai celeberrima “Toda Joia Toda Beleza” oltre a “Tango Mambo Jambo”, “No Quiero Nada”, “Non Te Ne Andare”, “L'isola Dei Fessi” e il brano che ha concluso la serata “Nella Mia Terra”.
L’esibizione peraltro sembra aver causato anche qualche polemica a seguito di una frase, quasi un consiglio elettorale, pronunciata tra un brano e l’altro pare dal giovane e talentuoso MC Cico, e non sfuggita alle orecchie sempre molto attente di qualcuno.
Abbiamo incontrato il musicista siciliano nel dietro le quinte del Teatro Coccia prima dell’esibizione, e gli abbiamo fatto qualche domanda sulla sua musica, l’ormai lunga carriera e il suo rapporto con il Piemonte.
A Novara da qualche anno c’è un festival che è stato capace di ritagliarsi uno suo spazio nel panorama delle manifestazioni jazzistiche italiane. Tra i virtuosi della tromba che vi hanno partecipato si possono ricordare strumentisti quali Fabrizio Bosso, Thomas Stanko, Ralph Alessi. Quali sono i tuoi legami con la musica jazz?
A doppio filo direi. Ho iniziato a suonare la tromba che avevo circa dieci anni. Dopo un paio d’anni di banda “a pressione” del mio paese ho cominciato a suonare il jazz con le prime orchestre. E per circa nove anni ho fatto solo quello, dapprima con le orchestre e poi in gruppi più ridotti, quartetti e quintetti, al fianco anche di musicisti quotati nelle classifiche come Claudio Giglio o Stefano Maltesi, incidendo anche per loro alcuni dischi. In seguito ho avuto la fortuna di conoscere e addentrarmi nel mondo del jazz d’avanguardia, suonando parecchio all’estero, in Olanda ad esempio con Misha Mengelberg, Tobias Delius, John Zorn.
I torinesi Mau Mau, anche per evidenti ragioni di prossimità, hanno sempre riscosso un particolare successo di pubblico qui a Novara. Cosa puoi dirci del periodo che hai trascorso in quella formazione, cosa ricordi di quella esperienza?
E’ stato un periodo importantissimo, durato quasi sei anni e mezzo. Un fase anche di formazione per me, all’interno di un linguaggio che mi affascinava. Un progetto che amavo proprio per quello stile ricco di contaminazioni che i due leader del gruppo, Fabio e Luca, erano stati capaci di creare. In questo senso abbiamo avuto delle esperienze molto intense, ad esempio andando a fare delle commistioni musicali con i Gnawa in Marocco. Non dimentichiamoci poi che in quel periodo i Mau Mau erano una parte integrante del triangolo artistico composto insieme a Negresse Vertes e Mano Negra.
Pur all’interno di una formazione come i Mau Mau ricca di talenti, si può dire tranquillamente che tu e la tua tromba non venivate sopraffatti da questo nutrito insieme di sonorità. Anzi riuscivi già all’epoca a farti notare per la tua personalità.
Sì, stava per esplode il fuoco che avevo dentro. Però devo dire che ho amato suonare per parecchio tempo per altri. Anche perchè quando sono arrivato ad avere la sicurezza per uscire con un mio progetto, addirittura abbandonando Radio Bemba e Manu Chao, mi sono ritrovato con un background musicale davvero molto ampio.
Sempre in tema della tua esperienza con i Mau Mau, quali sono i tuoi legami col Piemonte?
Sicuramente tanti. Da quelli personali di amicizia a quelli con il territorio, in particolare con la zona del cuneese. E poi anche con realtà che gravitano al di fuori della sfera musicale, come Slow Food e il suo presidente Carlo Petrini. Mi hanno sempre affascinato poi le feste di paese di queste zone, tradizioni e rituali addirittura di sapore quasi pagano. E naturalmente Torino e tutti i suoi musicisti con cui ho collaborato in un periodo forse irripetibile, straordinariamente ricco per il panorama della musica underground italiana, come fu quello degli anni 90.
La tua è una musica che a dispetto delle tante influenze internazionali e della tua vocazione di giramondo è molto legata alla tua terra natale, la Sicilia. Durante i tuoi numerosi tour hai mai trovato un posto che ti ha fatto sentire almeno un pò l’atmosfera di “casa”?
Sono molto legato a Barcellona per il “movimento”, la gente, il modo latino di intendere la vita che somiglia molto a quello della mia Sicilia (nell’ultimo album “Suonoglobal” è peraltro presente una canzone dal titolo eloquente “Italiano a Barcelona”, che vede il contributo di Manu Chao ndr).
Invece per la dimensione più intima e riflessiva che trasmette, in questi ultimi anni, il mio rifugio è Morro de Sao Paulo, in un’isola meravigliosa e ancora poco turistica di fronte a Salvador de Bahia. Quando vado lì mi nutro di sole, di sorrisi, di “Joia” e “Beleza”, di ritmi latini, e questo credo abbia avuto una forte influenza anche nei miei ultimi lavori.
Per concludere vorremmo un consiglio da te. Considerato il tuo ragguardevole curriculum e la tua esperienza, c’è qualche giovane artista o band emergente che vorresti segnalarci?
Certo, è una band lucana, si chiamano Krikka Reggae. Purtroppo
Chi è Roy Paci?
Trombettista-compositore-arrangiatore, Roy Paci nasce ad Augusta in Sicilia nel 1969. Si accosta alla tromba giovanissimo e in breve tempo arriva ad esibirsi nei più famosi Jazz Club italiani e in importanti festival jazz in Italia e all’estero.
Nel 1990 si trasferisce in Sudamerica, suona con la Big Band di Stato Argentina, con gruppi di cumbia e si esibisce al fianco di Selma Reis.
Dopo le esperienze con Persiana Jones e Qbeta, nel ’94 inizia la lunga avventura nei Mau Mau con i quali inciderà quattro album e che lo porta a calcare le scene dei più importanti festival etnici europei. Nello stesso periodo, col suo quartetto Taranta, prova a contaminare l’avanguardia jazz con le matrici balcanico-kletzmer, collabora in numerose produzioni di genere vario quali ad esempio Africa Unite (reggae), Fratelli di Soledad (ska), Lou Dalfin (etno), Il Parto delle Nuvole Pesanti (rock-folk) e partecipa in qualità di solista al progetto Hereo di G. Occhipinti, al fianco di Evan Parker e Barre Philips. Dopo aver creato progetti di ricerca musicale come Banda Ionica con Fabio Barovero e di avanguardia jazz-core come gli ZU, nel ’99 collabora con Manu Chao, col quale suonerà dal vivo e registrerà l’album di successo “Proxima estacion… esperanza”.
Nel 2001 vede la luce il progetto "Roy Paci & Aretuska" insieme a giovani musicisti siciliani.
Nella sua lunga carriera ha arrangiato, scritto e suonato anche per Samuele Bersani, Piero Pelu’, Luca Barbarossa, Vinicio Capossela, collaborato con Teresa De Sio, Giorgio Conte, 99 Posse, Eric Mingus, Enrico Rava, John Edwards, Nicola Arigliano, Cesare Basile, Tonino Carotone, Daniele Sepe, New York Ska Jazz Ensemble, Zap Mama, Subsonica, Negrita, Jovanotti, Caparezza, Mike Patton.
Per la televisione ha suonato con Manu Chao nella trasmissione RAI di Adriano Celentano, ha curato la colonna sonora della trasmissione Markette di Piero Chiambretti, mentre nel 2006 è stato ospite fisso con Aretuska, della trasmissione comica Zelig Circus.
Le origini dello sport del rugby affondano nella leggenda e si possono far risalire al 1823 quando un ragazzo di nome William Webb Ellis, studente al college di Rugby, cittadina non lontana da Londra, durante una partita di calcio, avendo difficoltà nel calciare il pallone, lo raccolse istintivamente con le mani e corse con esso attraverso il campo, dando così vita ad una delle regole del gioco.
Da allora il nuovo sport, che prese il nome di “rugby” trovò diffusione soprattutto nei centri universitari inglesi in cui furono gettate le prime basi delle regole del gioco, e dal 1871, con la nascita della “Rugby Football Union”, assunse sempre più le caratteristiche attuali.
La diffusione del gioco della palla ovale nel nostro paese avvenne parecchi anni dopo, anche se se il rugby aveva già fatto capolino in Italia ad opera della comunità britannica di stanza a Genova, che nel 1893 diede vita al Genoa Cricket & Football Club. La prima partita giocata nel nostro paese, però, risale al 1910 quando a Torino si disputò un incontro dimostrativo tra il Racing Club Parigi e il Servette di Ginevra. Soltanto l’anno successivo ci fu la prima partita con una squadra italiana, l’U.S. Milanese.
Da quella partita il movimento rugbystico italiano ha continuato a crescere, fino ad ottenere nel 2000 il più prestigioso dei riconoscimenti: l’invito ufficiale a partecipare al famoso “Torneo delle Sei Nazioni”.
Nel territorio novarese il gioco del rugby comincia a svilupparsi verso la fine degli anni ’30 con il “Rugby Novara”. Dopo alterne vicende - campionati disputati anche nelle serie più alte, momenti critici e scioglimenti dovuti alla mancanza di fondi – la squadra assume la fisionomia attuale nel 1999, con la nascita dell’Amatori Rugby Novara del presidente Enrico Milanoli.
Nel 2007 ad assumere le redini della società sportiva novarese è il nuovo presidente Rocco Zoccali, che, grazie al grande impegno personale e ad un gruppo societario entusiasta, riesce a creare intorno al campo “Macaluca” di via della Pace una vera e propria struttura attrezzata per ospitare al meglio tutta l’attività rugbystica, dagli allenamenti ai “terzi tempi”.
Il Novara Rugby Festival
La presentazione ufficiale dei nuovi impianti, avvenuta a settembre, è stata anche occasione per fare festa con tutti i giocatori delle squadre novaresi, dai più giovani dell’under 11, under 15 e under 17, fino agli “old” passando per i “seniores”, e naturalmente con tutti gli amici del rugby gaudenziano.
Nella due giorni del “Novara Rugby Festival” si sono alternati momenti di sport, come le partite amichevoli per ogni categoria, momenti di riflessione con la conferenza “L’abbandono dello sport in età giovanile nella provincia di Novara – Il ruolo degli sport ‘minori’. L’importanza del rugby”, e momenti d’aggregazione con pranzi e cene nella neonata Club House.
“Il nostro è un progetto a lungo termine. Che parte dalle strutture per arrivare a risultati agonistici ambiziosi.” Così ci raccontano il presidente Zoccali e il vicepresidente Francesco Capone, animati da sincero entusiasmo e visibilmente orgogliosi per questi primi risultati ottenuti in un così breve lasso di tempo.
Ci aggiriamo insieme a loro tra i nuovi impianti: spogliatoi equipaggiati per squadre e arbitri, infermeria, cucine e naturalmente la Club House, come da vera tradizione del rugby d’oltremanica, che vuole che le squadre si ritrovino insieme nel dopopartita a mangiare e scherzare, lasciandosi alle spalle gli scontri anche molto duri del match, in piena armonia e secondo un codice di sportività e fair play difficilmente riscontrabile in altre discipline a squadre.
“Quello che abbiamo cercato di fare – ci dice il presidente Zoccali – è di creare un vero centro di aggregazione sempre funzionante. Un luogo dove i giovani possano ritrovarsi e coltivare la passione verso uno sport.” E a giudicare dalla presenza di sportivi e pubblico nella giornata di sabato, il movimento intorno al campo di via della Pace si prospetta notevole. “Per ora contiamo su una base di 120 tesserati – prosegue Zoccali – quattro squadre giovanili e la prima squadra, sulla quale stiamo lavorando con energia in modo da creare un gruppo solido e di esperienza sul quale innestare i ragazzi che arriveranno dalle giovanili, con un occhio di riguardo per il territorio novarese.”
Il Comune, gli sponsor e il futuro del rugby a Novara
Ci informiamo sul ruolo avuto dal Comune di Novara in questo progetto, e a risponderci col consueto entusiasmo è sempre il presidente: “Il Comune ha avuto un ruolo fondamentale assistendoci in ogni fase, dedicando la massima attenzione in modo da metterci in grado di portare a termine i nostri programmi. Certo dobbiamo anche ringraziare la fondazione Banca Popolare di Novara, nelle persone del suo presidente avvocato Zanetta, di Nicola de Angelis e di Dario Lorenzini.” E i privati? “Abbiamo anche diversi sponsor privati che hanno creduto in noi e nelle potenzialità di questo sport. In particolare vorrei ringraziare Enzo Raimondi e Antonio Monaco che ci fanno da main sponsor.”
Cosa ci si può apettare nel futuro del rugby Novara è sempre Zoccali a svelarcelo: “Innanzitutto vogliamo completare le strutture esistenti creando un vero bar nella Club House e terminando l’allestimento delle cucine. A breve poi avremo una tribunetta capace di ospitare più di cento spettatori. Abbiamo già attivato dei programmi con le scuole novaresi, sia elementari che medie, con il progetto ‘fai meta con noi’, che potrebbero portare alla passione verso questo sport altri ragazzi. E sotto il profilo più propriamente agonistico, il prossimo aprile ospiteremo un torneo internazionale con squadre provenienti dalla Francia.”
“E’ un grosso impegno - conclude Zoccali – che coinvolge personalmente tutti noi della società sportiva. Dai vicepresidenti Capone e Arino, al segretario Stofella, al direttore del settore tecnico Stefano Paracchini, agli allenatori della prima squadra e delle giovanili impegnate nei vari ‘concentramenti’ (tornei tra squadre giovanili differenti da un vero e proprio campionato, disputato solo dalla squadra dei seniores) fino a tutti i collaboratori. Ma è un sacrificio di tempo e energie che facciamo volentieri per uno sport ricco di valori come il rugby, per creare nuove opportunità agli sportivi novaresi e per raggiungere degli obiettivi che questa società merita di ottenere.”
La parola ai giocatori
Qual è lo spirito di questo sport lo si può immaginare ascoltando le parole di chi si allena duramente ogni settimana per arrivare pronto alla partita domenicale. “Mi sono interessato al rugby all’inizio degli anni ’90 – ci confessa Michele Gallieni – guardando in TV le partite dei mondiali che si disputavano in Inghilterra. Così decisi di provare, e mi presentai agli allenamenti del Novara Rugby”. Quali siano gli aspetti che legano gli sportivi al rugby è sempre Gallieni a spiegarlo “assolutamente i valori insiti nel gioco. Quando si entra in campo ci si dimentica di tutto, antipatie o discussioni lasciano il posto allo spirito di sacrificio. Bisogna essere uniti, e in partita si è tutti uguali, conta la squadra non il singolo”. Conferma queste parlole Marco Giacometti che aggiunge “nessuno si deve tirare indietro durante le fasi del gioco e l’individualismo, incoraggiata in altri sport di squadra, nel rugby è assolutamente bandita. Chi rimane da solo, senza il supporto dei compagni, è senz’altro sopraffatto dagli avversari”. Chiediamo ai giocatori di raccontarci qualche ricordo speciale legato alla palla ovale. “Il primo che mi viene in mente – dice Gallieni – è la promozione in serie B, quando giocavo in una squadra del girone lombardo”. “Mah, sono tanti – racconta Giacometti – a cominciare dallo spirito goliardico che si respira nei terzi tempi della squadra di Novara. Mi viene in mente anche l’incoraggiamento sincero che i compagni hanno verso chi soffre per un’infortunio di gioco. O ancora la bella esperienza vissuta dalla squadra in trasferta a Roma per vedere l’ultima partita della nazionale al Sei Nazioni contro la Scozia. Quello che ti colpisce è come i tifosi delle due squadre in campo siano mischiati sugli spalti, uniti dalla passione verso questo sport e pronti a complimentarsi per una bella giocata anche della squadra avversaria”.